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   MONTE CIVETTA, 29/08/2025
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Onicer  oscarrampica   
Regione  Veneto
Partenza  PALAFAVERA (1500m)
Quota attacco  2350 m
Quota arrivo  3220 m
Dislivello  900 m
Difficoltà  PD- / III ( I obbl. )
Esposizione  Sud-Est
Rifugio di appoggio  Coldai, Torrani
Attrezzatura consigliata  set da ferrata
Itinerari collegati  nessuno
Condizioni  Ottime
Valutazione itinerario  Eccezionale
Commento Da anni si cercava l’occasione giusta per andare finalmente sul Civetta con Giona ma c’era sempre qualche impedimento. Finalmente la sua voglia quest’estate ha avuto il sopravvento e siamo partiti in anticipo programmando l’ascensione per i giorni prima di Ferragosto. David e Mich non possono essere della partita e alla fine si unisce solo Filippo che il giorno prima è stato sul Gran Pilastro sulle Alpi dello Zillertall e ci raggiunge a Caprile la sera del 13 08. Siamo arrivati da poco anche noi, gli ultimi 60 km li ha guidati Giona che è prossimo all’esame di guida. Ceniamo con Walter, Francesca Ester e Luca che ci assaltano finchè walter li spedisce a letto e allora lo facciamo anche noi. Dormo un buon sonno in cucina e alle 3 la sveglia mi trova abbastanza riposato. Colazione in cucina e poi fuori nel buio non più freddo com’era una volta. Alle 4.30 muoviamo i prima passi dal parcheggio di Palafavera in direzione del Rif. Coldai. Alla luce delle frontali seguiamo l’ampia carrareccia e alle 5.20 ancora al buio raggiungiamo Malga Pioda. Mi viene in mente un giorno di quasi 40 anni fa quando con Gregorio dopo una giornata passata sulla neve e salendo da Alleghe ci mettemmo a prendere il sole sul tetto. Mi si gonfiò la faccia come ad una scimmia con ustioni e vesciche ovunque! Saliamo oltre, il pelmo alle nostre spalle esce dal buio notturno e la sua inconfondibile sagoma si staglia nel cielo appena più chiaro. Venere brilla sopra la sua cima. Intanto l’alba porta la sua luce arancione a fare da sfondo ai monti rivolti all’Est, dal Cernera, al Formin, alla Croda da Lago. Alle 5.30 spegniamo le frontali e un quarto d’ora dopo appare il Civetta con la sua punta lanciata dolcemente nel cielo ormai azzurro ad annunciarci che fra poco saremo al Rif. Coldai( h 7.00, q. 2130). Non c’è più la fontanella esterna( abitudine che ormai hanno dismesso molti rigugi, non è chiaro se per incentivare i consumi da bar o per reale carenze idriche…) tant’è che un poco alla chetichella mescolandomi con la gente che si alza, raggiungo il piano superiore ed il bagno dove riempio il mio camel bag. Svuotando lo zaino, lascio o perdo la mia longe gialla del decathlon che non troverò più al ritorno. Imbocchiamo il sentiero del periplo del Civetta che mantenendo un andamento in falsopiano si avvia verso il retro o sud della montagna. Superiamo escursionisti e alle 6.30 i colossi del Civetta della Torre di valgrande e quella di Coldai ci si paran davanti tinti di un incredibile arancione: la montagna sembra incendiata e quanta meraviglia per chi come noi ha il dono di poter osservare un simile spettacolo! Affrontiamo un primo tratto un poco verticale ed attrezzato dove superiamo altri ferratisti mentre il sole fa capolino oltre il profilo destro del pelmo regalandoci un immagine veramente suggestiva. Ormai si vede lo spallone che dovremo risalire e raggiungere, segnare la via verso il punto più alto della montagna. Un colosso di pietra immenso. Avanziamo verso di lui fra luce ed ombra a seconda delle torri che ci sovrastano o meno frapponendosi fra noi e l’astro. L’enorme taglio piatto della Torre di Valgrande diventa sempre più imponente ed attraente come il Cardo che mi trovo a fotografare nel suo vestito di punte viola che colora la gialla ed arida pietra sulla quale è riuscito a crescere. Il sentiero ora sale un poco verso la montagna e in breve ci troviamo davanti al cosidetto muro del Tivan dove parte la Ferrata degli Alleghesi ( h 7.15, q.ta 2350). Ci imbraghiamo, parto davanti non sento il bisogno di assicurarmi e non lo faccio se non quando mi “ distraggo” per fare le foto a Gio e Fil che salgono. Questo è il punto più “difficile” ed esposto di questa via che poi prosegue più raramente in verticale e spesso per camini o placche appoggiate o articolate. Si può fare bene senza mai usare il cavo se si è avvezzi ai gradi bassi della scala alpinistica. I ragazzi si assicurano e la cosa mi rende più tranquillo. Poi nei tratti più semplici vedo che Gio tende ad indulgere all’assicurazione e lo invito a rilassarsi, a prendere confidenza con la roccia e cercare nel contatto la sicurezza. Ma è insicuro, è tanto che non arrampica e viene da un periodo critico a livello fisico perché ha dovuto affrontare pochi giorni fa una colonscopia dovuta ad un infiammazione virale che gli ha causato una colite. Tanto che avevamo anche paura che l’appuntamento col Civetta potesse saltare anche stavolta. Continuiamo a salire tra camini e cenge o tratti appoggiati dove il cavo si può non utilizzare e salire con facilità le rocce articolate e solo in certi tratti un poco più obbligati diventano lisce per l’usura. Ma la montagna è sempre immensa e si alza sempre enorme sopra le nostre teste che si sollevano a guardare negli occhi il cielo sempre più scuro e blu dell’alta quota. Sono il Pan di Zucchero che ora appare alla nostra destra e la sempresente Torre di Valgrande a certificare il nostro salire verso l’alto diventando piano piano della nostra altezza. Giona tende a rimanere indietro un poco per la stanchezza ma soprattutto perché rispetto a me e a Fil si protegge quasi sempre e allora ogni tanto ci fermiamo a fare due chiacchere e ad attendere il suo arrivo. Ma non molla e questo è importante. Diesel. Una nuova scaletta ci lancia verso l’alto e ancora cavi che corrono verticali ferendo il dorso della montagna che ora lascia apparire la cresta sommitale che come un arco si piega poi verso il culmine centrale. Un altro caminone verticale servito da una scaletta e siamo più alti della Torre di Valgrande con le Dolomiti che sfilano alle sue spalle tra Tofane Cristallo e Sorapiss. Una cengia ci porta sotto un’altra parete appoggiata che appena superata apre la vista su un‘enorme placconata grigia che ricurva, ricorda la Sud della Marmolada. Poi sfasciumi e risalita sotto una torretta mentre alle spalle merletti di pietra sembran usciti dalla bottega di uno scultore. Traversiamo per cresta sotto il grande profilo della cresta principale e poi di nuovo verso l’alto a raggiungere la grande spalla che è interamente ricoperta dai massi e dai detriti di una grande frana che ha devastato un tratto abbondante della cresta superiore. Patisco un poco la risalita di questa pietraia un poco fuori luogo e un poco segno del disfacimento climatico a cui sono sottoposte le Dolomiti e le sue fragili strutture rocciose. Fil va avanti imperterrito e io mi fermo ad attendere Gio per fare il tratto finale assieme a lui. Raggiunto il costone franato ancora imbrattato e colorato di polvere si affronta un nuovo muro verticale che ci alza verso la meta: appare l’occhio verde del Coldai e quello del lago di Alleghe!. Ora siamo proprio sulla cresta sommitale e la parete Nordovest lascia intravedere i suoi burroni. La cresta è incredibilmente martoriata, forse rotta anche dalla continua esposizione ai fulmini e sono frequenti le viste sugli abissi che terminano sui ghiaioni basali e sui prati che senza pendenza da questa prospettiva, risalgono verso l’ameno Rifugio Tissi mille metri più in basso, vero guardiano della Parete delle Pareti. Emozionante lo scorcio improvviso su un tratto del Cristallo che quest’estate mantiene comunque e nonostante tutto la sua storica copertura bianca e nevosa e non tristemente grigia e glaciale come in altri caldi momenti. La vista plana fino alla punta ricurva della Cima de Gasperi. Siamo vicini e riprendiamo a salire il filo per facile cresta sulla quale lascio progredire Gio che cammina verso un suo sogno ormai quasi realizzato. La pendenza diventa meno accentuata, un omino segnala un’anticima e poi appare la croce pochi metri prima di essere raggiunta. Giona cammina spedito verso il culmine, sono le 10.45 e i 3220 metri della Cima del Civetta stanno tutti sotto le nostre suole. Gio è felice, si siede davanti alla croce e mostra oltre al grande sorriso i suoi bicipiti un poco sgonfiati dall’ultimo periodo in cui non ha frequentato la palestra. Sono felice della sua felicità. Scriviamo a Dani per tranquillizzarla che è andato tuuto bene. Fil è seduto poco oltre e pare godersi la solitudine beata che si respira e conosce solo chi è abituato ad abitare in cielo. Osservo la vetta massacrata di sassi e macerie. Pare bombardata e forse lo è stata veramente dai fulmini; non me la ricordavo così sfasciumata. Perfino la croce pare riposizionata e incastrata alla bellemeglio fra dei massi: non me la ricordavo così e la fotografo per confrontarla con la foto di 15 anni fa (è stata effettivamente ricollocata!). Procediamo ad immortalare il momento e la vallata con Alleghe e Caprile così lontani ed insoliti visti da quassù. Ribaltamento di prospettive. Poi un flash improvviso: il ricordo di una foto scattata 15 anni fa in cui tenevo in braccio Armin e dimostravo una forma strepitosa. Ribaltare significa accettare i segni dei tempi ed ironizzare facendosi prendere in braccio da Giona che spossato fatica a farlo ed esplode in una risata fragorosa che rende magico e indelebile lo scatto. Bello comparare le due foto unite da quel filo sottile magico che si riesce a coglier quando il tempo esce dalla dimensione fisica ed entra nella magia della poesia e dell’amore dove la scia che unisce i momenti è il sentimento che li lega. Il panorama è un poco falsato dala calura e dalle nubi e bene bene si vedono solo le terrose Moiazze che ricordavo più belle. Mi attira la dirimpetta larga cima della Piccola Civetta dove salirò un giorno per completare un percorso iniziato tanti anni fa e la dorsale che scende fino a risalire a Cima De Gasperi. Alle 11.30 iniziamo a scendere passando dal Torrani dove facciamo quattro chiacchere col poco disponibile gestore Venturino De Bona di cui conquisto subito l’antipatia manifestando il poco entusiasmo per l’odore di pesce che mi tocca sentire a 3000 m di quota. Sta preparando il baccalà e mi dice secco che piace a tutti e mi dice che è fresco perché lo pesca nel torrente poco sotto. Rido della sua antipatica ma pur bella battuta. Gli raccontiamo della simpatia e cortesia con cui ci hanno rifocillati alla sua baita in Cornia i suoi amici qualche settimana fa e abbozza un vago sorriso. Ci alziamo dalle panche e salutiamo che è ancora lunga la discesa. Fotografo e invio un incredibilmente bello papavero, dai petali imponenti e che non sembra per nulla patire la quota a cui è cresciuto. Sotto il Torrani nella pietraia i segni sono mescolati e per errore punto al sentiero che in realtà punta alla Casera della Grava, servita dalla teleferica. Corretta la traiettoria con taglio a sinistra ritroviamo i segnavia e poi le corde metalliche che scendono. Giona si assicura, è stanco ed è giusto fare così. Perdiamo quota e incontriamo un giovane che sale con le torce a vento e le dispone di tanto in tanto nelle rocce: ci spiega che (come tanti altri che successivamente incontreremo) fa parte di un gruppo di volontari della Val Zoldana che percorrono la via Normale al civetta fino in cima e la cospargono di torce che poi a sera saranno illuminate per regalare una suggestione incredibile. Ecco spiegato il mistero delle chiazze nere che trovavamo talvolta sulle rocce che parevano affumicate! Racconto ai ragazzi del Passo del Tenente il passaggio chiave della Via Normale ma non lo incontriamo e penso sia una distorsione della memoria come altre cose che ho raccontato a loro e che sono differenti da come le ricordavo. Incrociamo un altro gruppo di una decina di volontari quando siamo ormai poco sopra i ghiaioni basali e poi finalmente arriviamo al Passo che stavolta è prorio come lo ricordavo: un passaggio esposto su una placca spiovente e che termina su un’ulteriore placca d’argento ancora più precipite. Fortunatamente è ben servito dal cavo attrezzato per cui nn resta che assicurarsi e rapidamente arriviamo alla fine del cavo e del sentiero Tivan ( h 13.45 q.ta 2300). E’ fatta! Ci togliamo gli imbraghi e il casco e iniziamo a scendere verso il sentiero sottostante che circumnaviga tutto il Civetta: guardo giù più che dove andare e finisce che perdiamo la traccia fra il pietrame e dobbiamo ravanare un poco sugli scoscesi pendii prima di toccare terra sulla bella via che riconduce vs il Coldai. Fa molto caldo, ho una ste incredibile, l’acqua è finita e i piedi mi dolgono e bollono nello scarpone (devo ritrovare l’assetto giusto tra calza e soletta perché il piede balla e la pianta mi dà fastidio!). i tratti in lieve salita ci fanno sognare l’acqua ma le montagne ultimamente, stanno diventando dei deserti d’alta quota. Un’aridità impressionante sta seccando le molte sorgenti che la montagna teneva in serbo per l’estate quando nevai o permafrost interni regalavano numerosi rivoli. In rapida sequenza due bellissimi papaveri e un grandioso Doronico scacciano la malinconia e la bellezza torna prepotente nei pensieri. La Natura troverà sempre la maniera di reagire ai nostri ridicoli tentativi di danneggiarla o violentarla. Oltre una quinta rocciosa riappare lo spallone della ferrata a segnare la nostra direzione. Sete. Arsura. Sogni d’acque e ruscelli. Riappare l’onnipotente Torre di Valgrande e la macchinetta fotografica nn ha pace. Poi il miraggio sonoro e chiedo a pippo se sente anche lui…cosa mi dice? e subito dopo siiii..gorgoglio sommesso poi sempre più distinto. Una chiazza di neve residua e alta ci fa ben sperare che non sia solo un’allucinazione sonora. Poco dopo gettiamo gli zaini accanto ad uno splendido ruscelletto. Non ce la facevo più! Mi bagno la testa e bevo come se non ci fosse un domani con la faccia immersa nell’acqua benedetta. Mamma mia che bello, che dono inaspettato. Mi rinfresco braccia e petto e poi levo gli scarponi e immergo i piedi. Il gelo sale lungo il corpo a portare refrigerio. Che momento oncredibile. Ne approfittiamo per fare una pausa pranzo come fossimo in un’oasi e continuiamo a bere. Ripartiamo a malincuore ma rigenerati alle 15 incontrando il masso con scritto F.ta Alleghesi che vanamente avevo cercato all’andata, nei pressi dello Schenal del Bech. Sassolungo di Cibiana, Bosconero con l’intrusione del retrostante splendido Duranno, Sfornioi Spiz e tamer salutano opalescenti nella canicola e calura del meriggio. Arriviamo allo Spiz Gallina cimetta laterale su cui sarebbe possibile salire in 10 minuti ma a differenza di quanto feci 15 anni fa con Armin, non ne propongo la salita (segno dei tempi!) ma semplicemente scatto una foto che lo ritrae nel Pelmo immenso che giganteggia dietro. Belle visioni su Cernera Formin, croda da lago Bec de Mezdì e Rochete dietro le quali si nasconde il Cristallo che splendono chiare sulle nuvole nere minacciose che fanno da sfondo e alle 16 siamo nuovamente al Coldai dve cerco brevemente la longe smarrita al mattino e poi giù nell’affollamento insolito da queste parti dell’overtourism. Istruttiva la vista su Spiz, Pramper e Tamer. Divalliamo vs Malga pioda velocemente, Giona in discesa va veloce e dopo tanti sguardi al Pelmo mutevole e al versante Sud del gruppo del Civetta di cui emerge possente la punta principale dove siamo appena saliti, raggiungiamo alle 17 il parcheggio di palafavera. Giona vuole una foto della sua faccia stravolta..se la merita!. Ci cambiamo e attraverso il Pass. o Staulanza, rientriamo a Caprile. A sera Giona nel giocare con Ester e Luca è più brillante di me. Mi crollano letteralmente le palpebre e appena la casa diventa silenziosa crollo come un sasso sul materasso steso sul pavimento della cucina. La soddisfazione sorgerà domani con l’alba e la forza di un nuovo giorno. Ora bisogna lasciare spazio al sonno e ai nuovi sogni. Intanto questo di portare Gio sul Civetta è diventato realtà. Foto 1 Gio e fil all’attacco Foto 2 tris di vetta Foto 3 io in braccio a Giona
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