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| Le tre cime del Sorapiss, 22/08/2025 | Tweet |
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| Onicer | oscarrampica
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| Regione | Veneto |
| Partenza | loc. Brisolas (1130m) |
| Quota attacco | 2800 m |
| Quota arrivo | 3205 m |
| Dislivello | 400 m |
| Difficoltà | PD / III ( III obbl. ) |
| Esposizione | Sud |
| Rifugio di appoggio | Biv. Slataper |
| Attrezzatura consigliata | corda da 30 mt non necessaria se si riesce a passare il camino dato di III° grado |
| Itinerari collegati | nessuno |
| Condizioni | Ottime |
| Valutazione itinerario | Eccezionale |
| Commento | Improvvisamente come al solito papà mi conferma dell’intenzione di salire a Caprile per circa una settimana. D’accordo con mio fratello di non lasciarlo più salire da solo in treno dopo l’episodio dello svenimento scorso, mi offro per accompagnarlo. E come al solito cerco di unire l’utile al dilettevole sfruttando il tempo (2 gg fra un turno e l’altro) per una gita alpina. Tanti progetti da concludere da quelle parti come la triade Mont Alt (interrotta per neve a marzo), l’altra triade a completamento dei monti di Zoldo (spigolo Palon, Prampèr e Prampèret), oppure obiettivi nuovi già preparati come la Cengia della Caccia sul Lastron dei Tre Scarperi o quella Alta di Cima Bagni da unire con Cima Ambata. Sempre più idee che occasioni per realizzarle. Non so cosa decidere e improvvisamente nasce l’idea del Sorapiss, dopo aver verificato la possibilità di farcela in solitaria confrontandomi con Nico e Diego (pensavo fosse necessario un compagno per il camino di III° grado!). Questo il motivo per cui era rimasto l’unico gigante dolomitico non ancora scalato. E Sorapiss sia. Riesco ad uscire dall’ospedale alle 20 e ringraziati i colleghi schizzo verso Pandino a recuperare Papà. Saluti a mamma e sono quasi le 21 che puntiamo a Nord cercando di fare più autostrade possibili per assecondare i desideri paterni. Arriviamo tutto d’un fiato a caprile per le 1.15 e sono quasi le 2 quando vado a dormire nella mia privata e lignea cameretta. Penso di aprire gli scuri per svegliarmi col chiaro e dormire poche ore ma poi me ne dimentico e la prima volta che apro gli occhi vedendo scuro sono tranquillo. Guardo l’orologio e azz.. sono le 7.10. Comincia a rimbalzare in testa la parola RITARDO, visto che la giornata sarà molto lunga. Parto al volo senza preparare niente e semplicemente buttando in auto quanto mi son portato a dietro. Lascio il paesello vs le 7.30 del 05 08 2025 dopo velocissima colazione e salendo al passo Giau nn posso esimirmi dal far qualche foto all’Averau, alla Ra Gusela, alle Tofane che in questa giornata fantastica splendon di bellezza da tutte le loro rocce scaldate di luce e sole. Discesa a Cortina imballata dai preparativi per l’Olimpiade invernale ( sorrido al pensiero di esser stato scelto per essere fra i tedofori che porteranno la fiaccola..) e arrivo al Parcheggio di San Vito di Cadore. Non c’è la seggiovia (solo inverno) raccontata da 3000 dolomiti e che avrei valutato se usare per risparmiare il tempo perduto. Meglio così…duri e puri! Riempio lo zainetto piccolo e faccio l’elenco delle cose dimenticate: lasciata la 24 ore nello spogliatoio con macchina fotografica (..sopperirò col mio telefonone..) e frontale (..sopperirò eventualmente con la torcia del mio telefonone..). Per fortuna trovo le relazioni nello zainetto da lavoro..e parto dalla località Brisolas (q.ta 1130 ) alle 8.30 del 05 08 2025. Davanti ai miei occhi l’immensa frana che ha violentato la parete nord della Croda Marcora: dalla cima alla base una poolvere residua e rosastra copre le rocce. Molti ne parlano ed è stata resa la ferrata Berti che per conseguenza è stata chiusa. Video incredibili hanno ripreso il “fiume di sassi” che ha invaso e ostruito la Statale proveniente da Cortina. Un turista mi avverte che non potrò salire ..ma dubito possa avere ragione perché io salirò l’altro versante. Ma dire qualcosa oggi…fa sempre sentire importanti. Salgo alla partenza della seggiovia e poi per carreggiata con belle viste su Pelmo e Croda da Lago fino ad infilarmi nel bosco seguendo un cartello che mi spinge a dx. Riprendo la carreggiata e la seguo fino al bivio che precede il Rif. Scoter( h 9.45, q.1580) credo chiuso per lavori. Alzandomi noto l’incredibile e poco estetico muro di protezione alto 4/5 metri e lungo un centinaio che dovrebbe proteggerlo dalle frane. Supero un canalone molto profondo scavato dalle piogge e dalle frane ( dove troverò al ritorno la ragazza inglese col ginocchio operato che voleva avere lumi sulle sue possibilità) e poi via nel bosco con l’Antelao che spesso fa l’occhiolino fra le fronde bionde di sole degli abeti. Alle 10.10 salutano dal bosco le finestrelle biancoazzurre del Rif. San Marco (q.1820). Sul bel prato dietro al rifugio trovo due giovani ragazze a cui chiedo se il posto è interdetto ai maschi visto che ho incontrato salendo solo altre cinque muliebre presenze. Ridono dicendomi che le donne ci arrivano prima. Una di loro si preoccupa quando gli dico dell’intenzione di salire sul Sorapiss a quest’ora. C’è stata l’anno scorso e gli chiedo se c’è acqua sul percorso visto che non l’ho ancora presa. Mi dice poco più avanti e allora le saluto contento di poter salire leggero ancora per un poco. Salgo gli scalini ed entro di nuovo al riparo del bosco. Poco dopo trovo l’acqua promessa, incanalata, freschissima e buonissima. Ne approfitto per fare colazione. Le due ragazze mi risuperano, saliranno fino a Forcella Grande. Riparto con la grande pala dell’Antelao conficcata davanti a me e poco dopo spuntano dalla faretra gli spuntano le frecce del Bosconero, Sasso di Toanella e Rocchetta Alta, dove son appena passato. Prendo quota e vado ora ad affrontare il pendio che s’appoggia cielo credo nei pressi della Forcella da cui devo transitare. Le ragazze sono già alte e piano piano le avvicino, il pendio prosegue oltre, prima invisibile verso Forcella Grande annunciata dalla Torre dei Sabbioni che esce nel cielo a salutare. Raggiungo le due ragazze e facciamo due chiacchere su Greg e l’afffido quando scopro che una di loro si chiama Rebecca. Alle 11.20 mi accoglie la forcella(q.2550) ma soprattutto una vista fantastica su tutta la grande parete del Sorapiss dei Monti della Caccia Grande e delle Tre Sorelle. Che spettacolo: sembra un deserto d’alta quota! Non c’è una nube in cielo e le pareti bianche riflettono il calore dal quale sono avvolte. Chiedo a Rebecca dove si dirige il sentiero e la saluto ringraziandola. Solo. L’immensità del luogo mi accoglie eed entro nel regno dell’alta quota e della solitudine dove i pensieri si elevano e diventano più percettibili e sottili, dove il dialogo interiore si accende e tiene compagnia col suo silenzio orante. Dove non si comunica più a parole. La traccia taglia in costa il pendio di sinistra e traverso lungamente in falsopiano. Si intuisce la direzione verso il costone roccioso che nasconde l’anfiteatro della montagna. Venti minuti dopo arrivo al bivio di Pont de Ru Seco (q.2450) e proseguo in direzione del Bivacco Slataper. Comincio a sentire caldo e fatica. Mi alzo ancora e lo spettacolo alle mie spalle diventa meravigliosa con la Torre dei Sabbioni che ora sembra piccola in questo universo montano in espansione, dominata dalla Cima e Cresta di Bel Prà e dall’onnipresente Antelao. Ora il livello di percezione della fatica è a tratti preoccupante. Del resto so di non essere in formissima per via dell’infezione Zoster che ha provocato una piccola eruzione di Fuoco di S.Antonio sulla mia spalla dx e la conseguente massiccia assunzione di antivirali (avevo avuto diversi riscontri nelle mie solite corse di allenamento, quando improvvisamente dopo pochi km le energie finivano improvvisamente..). Vado avanti con la politica dei piccoli passi dicendomi di arrivare al bivacco e poi decidere là cosa fare. Grandi lastronate rocciose alla mia sx precedono il passaggio sotto la rampa che porta al bivacco nascosto dietro. Sono le 12.20, non ho voglia di salirci, non ho voglia di consumare energie, non ho voglia. Ma vado avanti. Aggiro e risalgo la costa rocciosa dal cui culmine come la vista sulla terra promessa si apre alla mia vista l’immane catino ghiaioso abbracciato dall’infinito anfiteatro pressochè orizzontale della catena del Sorapiss. Sole fatica sudore e una testa che ronza leggermente…ma che non mi par che giri. Finalmente qualche passo in discesa e poi in traverso e sono sotto il ripido ghiaione che devo risalire per arrivare all’inizio della parete dove parte l’attacco della via vs la vetta. Ok, mi dico, l’ultimo sforzo…magari dopo cambia. Arranco, mi appoggio ai bastoncini ansimante e concludo che c’è qualcosa che non va. Adoro spingermi al limite, soffrire e vincere la fatica..ma ora non ho energie. Pochi passi e ansimo come fossi su un 8000. Negli occhi solo il muro di roccia che si avvicina, nella testa senza pensieri..compare ogni tanto solo la scritta..dai che nn manca più molto. Un passo vs l’alto e la discesa vs il basso nel ghiaino inconsistente, senza forze per opporsi e senza la forza per arrabbiarsene. In teoria avrei dovuto impiegarci mezz’ora e invece ci ho messo il doppio. Però ci sono: ora metterò le mani sulla roccia! Fiducioso e colpevole come al solito di inguaribile ottimismo. Ma che bello però crederci sempre, pensare costantemente che il dopo possa essere meglio del prima. Siedo con le spalle poggiate alla parete e m’infilo il caschetto cercando la pace e la tregua col fisico, meno fiducioso della testa. Mi rialzo per dovere e accarezzo con i polpastrelli la roccia cercando nei ricordi del passato la forza per stabilire quel contatto energetico con la pietra che tanto amo. Salgo e i primi passi sono leggeri, invitanti. Come da una donna sono sedotto e tutto sembra tornato bello. Salgo la cengia, un passaggio sul vuoto che normalmente non calcolerei m’induce l’allarme di controllare che la testa nn mi giri. Non gira…non ha energie per farlo. Sono solo vuoto. Arrivo quasi d’impeto al punto chiave della salita, il tratto più difficile, il famigerato camino che aveva sempre impedito il pensiero di salir fin qui da solo. Lo fisso e non mi fa paura. Salgo con un enorme fatica fisica i gradoni di secondo grato e sono alla base del masso strozzato. Un cordino penzola..non invitante. Incredibile come anche in queste condizioni l’orgoglio di un alpinista , non si pieghi alle comode soluzioni. Decido di provarci e impostati bene i piedi in opposizione, raggiungo col sinistro il grande appoggio proprio sotto il masso incastrato verso cui allungo subito la mano sinistra che trova grandi prese per le sue dita desiderose. Bon mi basta un appoggio per il piede destro che trovo subito in uno svaso solo un poco alto…ma alzando bene il ginocchio riesco ad arrivarci e con doppia spinta del braccio che tira e del piede che spinge sono oltre l’ostacolo. Bon è fatta…ora mi riposo un poco e poi vediamo. Mi siedo con le spalle alla roccia e la testa sullo zaino cadendo in un sopore senza sonno. Mi accorgo di avere anche un lieve mal di testa e le pastiglie in auto..non proprio comode da raggiungere. Sorrido della battuta e provo ad addormentarmi. Potrebbero mancare un paio di ore alla cima..e le altre due? Ma poi non mi stò divertendo…sono troooooppo stanco…..zzzzzzzz. E poi rischierei forse troppo a salire in queste condizioni…deciso di approffittare del bivacco. Scenderò là a passare la notte e se domattina mi sentirò meglio scalerò. L’unico problema è avvisare papà e moglie che non rientro come previsto. Qui non c’è campo da tempo e penso che chiamerò il Soccorso Alpino per chiedere il favore di avvisare che sto bene (!?!) ma non rientro. E’ passata mezz’ora da quando mi sono issato oltre il camino e alle 14.20 lo disarrampico ancora in bello stile. Ripercorro la cengia bassa col suo facile ma esposto passo e disarrampicate le rocce basali sono di nuovo sul grande ghiaione che ora scorre leggero sui miei passi accompagnati verso il basso. Che fatica immane risalire verso il bivacco…che la discesa mi aveva quasi illuso di aver preso una decisione sconsiderata, rinunciando. Lo vedo finalmente, oltre la placca rocciosa, così vicinio e così lontano. Sono tanto stanco e ho paura che sia occupato. Sembra chiuso e tiro un sospiro di sollievo quando alle 15.15 apro la porta metallica che mi consegna il vuoto e il desolante abbandono in cui versa l’interno. Ma è tutto per me. All’esterno per contemplare la bellezza del posto. Mi sento come un aquila nel suo nido e le ali stanche non devon più esser costrette al volo. Posson riposare e solo lo sguardo planare sull’orizzonte. Davanti a me l’incredibile cresta di Nel Prà che culmina nell’appicco dell’omonima cima. Dietro a destra l’ancor più slanciata punta dell’antelao mentre all’estrema sinistra Pala di Meduce e Coma del Froppa chiudono lo scenario. Me ne sto attendendo un improbabile ritorno energetico che mi convinca a proseguire in salita oltre il bivacco dove la roccia finisce e forse ci sarà il segnale telefonico agognato. Lo raggiungo…e come speravo il segnale riappare e riesco a contattare sia Dani che poi Lorella cui affido il compito di dire a Luigi di andare da mio padre ( che chiaramente non risponde al sio cellulare perennemente spento) a dirgli che tornerò domani sera. Non sono ancora le 16 e devo arrivare a domattina. Ho acqua a sufficienza perché in una pozza ne ho recuperata ma ho solo una ventina di mandorle e una decina di castagna, ma soprattutto ho la testa un poco pesante e nn ho voglia di fare nulla. Tergiverso su wapp. Chiamo più volte Dani, fotografo le incredibili strutture verticali della Croda Marcora puntate vs il cielo, lo strapiombo che precipita sulla valle del Cadore e percorro superando il divieto qualche breve tratto dell’ardita e impressionante Ferrata Berti. Ma non è la giornata migliore per farlo e me ne ritorno al posto sicuro della mia forcelletta. A guardare la mia casetta rossa dispersa in questo mondo di pietra. Dura ma accogliente se se ne sanno intendere i silenzi che parlano ai sensi. Di pace mistero e potenza. Da quest’angolo di paradiso osservo le punte dell’Antelao e di Cima Bel prà quasi sormontarsi. Sembran non capire cosa ci faccia lì fermo a quest’ora della sera che avviene. Dall’altra parte singolari sono invece le sorelle punte del Pelmo e della Civetta che discorrono col mio cuore innamorato. Dietro, lontane vs il piano Pelf, Schiara, Talvena e i Tamer. Le nebbie giocano lungo il vallone e coprono e scoprono la pietra. Viene freddo, mi copro e quando nn vedo più nulla..neppure la mia casetta di metallo..decido di tornare. Sono ormai le 19.30..posso pensare di prepararmi per la nanna. Un camoscio passeggia davanti al bivacco e comincio a fotografare rimpiangendo di non avere la macchina fotografica…ma si lascia avvicinare. Scende solo poco sotto al pianoro del bivacco e mi guarda incuriosito…incuriosita perché poco dopo appare il cucciolo. Fissa me e poi gira lo sguardo verso la sua creatura e io sono felice di trovarmi spettatore del loro amore. Mi avvicino e scatto belle immagini..poi spariscono nel mondo minerale cui appartengono e resto solo, a regnare fra le montagne che si mettono in abito da sera… scintillanti quando il velo di nebbia scopre le loro grazie illuminate di sole morente. Foto. Poi tutto sparisce e mi rintano. Fortunatamente non ho fame e recuperati due o tre materassini in pessime condizioni igieniche li dispongo l’uno sopra l’altro in terra e mi preparo il giaciglio coprendomi di coperte di lanaccia e usando la più morbida come cuscino. Mi saluto che non sono ancora le 20, c’è ancora luce e non ho fame. Meglio domani avrò bisogno di tutto il cibo che mi è rimasto. Provo a dormire. Spero di recuperare. Non riesco a prender sonno e ogni tanto apro gli occhi sperando nel buio che mi aiuti. Che finalmente arriva ma non con il sonno. Mi risveglio sempre e sempre con quel filo di mal di testa che è tutto il giorno che mi si è incollato addosso. Alle 2 controllo l’ora, buio e mal di testa. Se faccio la notte senza crollare…domani mi tocca scendere...penso. Crollo. Apro gli occhi alle 5.10..la prima cosa di cui mi rendo conto è che non ho mal di testa. Bene…ora veloce che pensavo di partire prima. Guardo fuori…nn si vede a 5 metri…nebbia come in Padania!!. Riassetto il locale, piego tutto ciò che ho usato e nascondo sotto una coperta corda imbrago e materiale per le doppie che ho deciso di non portare per salire leggero. Non faccio colazione ma non ne ho neanche voglia. Meglio così che non ho granchè. ESCO. Sono le 5.45, non si vede nulla e penso immediatamente che nn sono propriamente le condizioni migliori per affrontare una salita del genere su terreno poco frequentato e segnalato. Ma tantè..siamo qua.. cammafa? Comunque peggio di così non si può, per cui non potrà che migliorare. Nel fresco del mattino muovo quasi leggero i primi passi in discesa e poi in traverso fino ad arrivare alla penosa risalita del ripido e devastante ghiaione. Riesco comunque a seguire la traccia e ora verrà la prova del nove sulle mie reali condizioni fisiche. Inizio a salire in un paesaggio lattiginoso, nel silenzio totale rotto solo dal rotolio dei sassi che smuovo. Non mi sembra di andar male e vedo già come un miraggio oltre le nebbie la base delle rocce che devo raggiungere. Sale la stanchezza e anche la preoccupazione perché ho paura di finire come ieri. Sono molto stanco ma del resto nn potrebbe essere altrimenti, penso. Poi guardo l’orologio e constato di essere ormai arrivato e sono partito solo da mezz’ora. Grandeeee! Tocco la roccia dopo 35 minuti…felice per averci messo un tempo in linea con quanto scritto nella guida. Dai che oggi andiamo bene…posso anche permettermi di rallentare. Lascio i bastoncini e comincio la mia salita, salendo la prima rampa di roccette ( I/II° grado) e ripercorrendo la cengia basale col suo passaggio un poco esposto verso sx fino ad arrivare alla base del camino chiave, che trovo bagnato dalle piogge notturne ma che supero agevolmente avendo ormai appreso i movimenti per superarlo. Supero le roccette oltre il camino e inizio a percorrere l’ampia e ben visibile cengia mediana che va percorsa fino alle rocce gialle che ne sbarrano la continuità e che si raggiungono superando un breve un muretto di rocce articolate che portano al piano di sopra e all’inizio della cengia superiore che come dopo un tornante mi riporta in direzione dell’inizio della scalata. La visibilità è un poco migliorata anche se si vede sempre abbastanza poco..mi sembra di essere veloce di essere ormai in prossimità delle rocce finali e la cengia diventa meno evidente anche se sempre segnalata. In un apertura di cielo, girandomi, vedo la croce della Croda Marcora e ora prendo a salire per altre facili rocce articolate..sono solo le 7.30 e mi sembra di essere a buon punto. Aggiro una torre e credo proprio che l’ultima torre che vedo possa essere quella finale. Sono sotto il torrione dell’anticima che nasconde sul suo lato dx l’ultima piccola insidia, il camino dato di II° e molto semplice anch’esso. Salgo ancora poco e improvvisa appare la croceeeeee..nn me l’aspettavo così improvvisa e così presto..mi scappa un urlo di gioia. Pochi istanti dopo alle 7.50 sono al suo fianco sulla cima di Punta Sorapiss (q.3205). Ci ho messo solo due ore a salire dal bivacco, ne sono contento soprattutto perché allora vuol dire che sto bene fisicamente. Sono guarito! Un lattiginoso sole buca le nebbie e non ha forze per scaldare od esultare. Io si e mi siedo felice sulla piatta pietra di vetta a pensare a come stavo male ieri e invece come sto bene oggi. Sono veramente felice, sereno soddisfatto grato e una piccola commozione s’impossessa di me perché una volta ancora la montagna mi regala la sua bellezza. Scatto 4 foto anche se non si vede nulla..sono immerso nel batuffolo delle nubi ..nessuno mi può vedere..c’è spazio solo per il sentire. Me ne sto, in pace! Poi afferro il contenitore del libretto di cima e mi metto a ridere quando vedo chi è salito ieri: Simone! E nn solo…anche per la Via Muller ..che è quella che sognavamo di fare con Nicola. Ci sarebbe da ridere. Vedremo! Intanto faccio una foto della pagina che gli spedirò appena possibile. Cinque minuti dopo inizio a scendere..con questo tempo non si sa mai e poi devo ancora cercare di raggiungere le altre due cime, visto che mi sembra di stare bene! Ripasso il semplice camino, fotografo uno stupendo ma avvizzito tulipano cresciuto oltre i 3000 mt di quota, scendo la cengia superiore fino al suo termine senza notare evidenti segni di salita verso le altre due cime e allora riguardo la relazione che indica di seguire la cengia superiore dal suo inizio fino ad un facile camino detritico dopo una cascatella. Gironzolo un poco avanti indietro finchè imbocco abbastanza casualmente quello giusto, o almeno credo, visto che trovo poco sopra degli ometti che mi portano ad una vasta conca ghiaiosa ancora coperta di neve residua. Sono le 9 e dalle nebbie che non mi abbandonano, emerge lungo la cresta, la cupola della Fopa del Mattia. Ora io viro a sx vs l’invisibile Croda Marcora e trovato una traccia la seguo iniziando a salire e solo dieci minuti dopo emerge dalle nebbie la croce di vetta di Croda marcora q. 3154m. Riesco a scattarmi un selfie con il segnale di batteria residua del telefonino quasi ormai scarico e mi dirigo per vaghe tracce sul filo di cresta. Con qualche saliscendi venti minuti dopo riesco a fare la penultima foto di giornata all’ometto di cima della Fopa del Mattia (q.3155) e l’ultima allo sperone del Sorapiss che emerge scuro e appena visibile dal biancore che mi circonda. Il telefono si spegne e resto solo nel nulla odierno dei 3000 dolomitici, senza contatti e senza la possibilità di far foto visto che la macchina fotografica l’ho lasciata a casa. Nonostante la scarsa visibilità scelgo di scendere abbastanza direttamente e infatti mi ritrovo nel catino ghiaioso-nevoso (dovrebbe essere il Giaron Alto) da cui disarrampico fino a recuperare la cengia superiore e poi quella mediana fino al camino iniziale che non riesco a disarrampicare perché è molto bagnato e gli scarponi scivolano via sulla roccia. Afferro allora il cordino e per gli opportuni nodi successivi, mi calo fino a terra. Via per la cengia bassa e disarrampicata la paretina iniziale mi butto a saltoni giù per il ghiaione seguendo la tarccia verso il basso. Al suo termine uno sguardo verso l’alto e le nubi che stanno sopra mi permettono di vedere stambecchi tagliare alti le giaie. Mi chiedo cosa cerchino o cosa stanno facendo… forse leccano il sale da pietre che loro sanno rilasciarlo? Alle 11 risalgo al bivacco a recuperare la corda l’imbrago e i due ferri da discesa e inizio la mia lunga discesa. Un’ora dopo doppio il capo di Forcella Granda e scendendo incrocio due sessantenni che salgono spingendo un casino…li ammiro, chiedo se sono atleti ma mi spiegano che lo fanno solo per smaltire le birre che bevono. Passo dal Rif. San marco e mentre scendo verso lo Scoter incontro la ragazza col ginocchio rotto che mi chiede se ce la farà per via delle condizioni del terreno..gli dico di si, di provarci e la lascio con un “trust in you” a cui risponde con un grande sorriso. Alle 14 sono all’auto e me ne torno a Caprile da mio padre. Felice.
Foto 1 le tre cime del Sorapiss foto 2 il gruppo del Sorapiss foto 3 il camino di III° grado |
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