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   Rio Rasiga (canyoning), 03/09/2022
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Onicer  Zeno   
Regione  Piemonte
Partenza  Vercengio (Bognanco Fonti) (1300m)
Quota attacco  1211 m
Quota arrivo  800 m
Dislivello  400 m
Difficoltà  AD / II ( II obbl. )
Esposizione  Sud
Rifugio di appoggio  nessuno
Attrezzatura consigliata  Normale attrezzatura da torrentismo
Itinerari collegati  nessuno
Condizioni  Ottime
Valutazione itinerario  Eccezionale
Commento C’è qualcosa di speciale nel torrentismo (la dicitura “canyoning” va evitata in quanto genera idee strane su quest’attività in chi non la conosce…). Io apprezzo la totale assenza di gloria da conquistare che – nel bene e nel male – contagia sempre invece gli alpinisti, anche i più puri. Nel torrentismo non c’è vetta da raggiungere (costringendo l’uomo ad elevarsi dai suoi simili) ma la gravità va solo assecondata e controllata.
Inoltre nelle forre si percepisce un senso di isolamento ed esposizione che nell’alpinismo “alpino” si è un po’ perso dato che i telefoni prendono quasi ovunque e i soccorsi in parete hanno raggiunto un’efficienza incredibile.
Dopo questa idillica premessa devo dire che il mio tempo in montagna lo spendo comunque maggiormente ad arrampicare e camminare; il torrentismo è per qualche volta all’anno come attività di gruppo o quando piove e non si può scalare (secondo il principio “acqua sopra, acqua sotto”).
Per quest'ultima ragione sabato, dopo aver constatato con Sofia che il maltempo avrebbe imperversato su tutto il Nord Italia, abbandoniamo l’idea di scalare e ci aggiungiamo a Michele, Bruno e Gabri che hanno deciso di scendere il torrente Rasiga, affluente di destra del Toce (Val d’Ossola).

Raggiunto il paese di Fonti, impieghiamo un po’ di tempo per trovare le corrette posizioni per l’auto a valle e l’auto a monte (dato che la collocazione di questo canyon permette questa comoda possibilità).
Dopo aver messo la muta e imbraghi iniziamo la marcia per raggiungere il greto. Mi piace che il torrente si faccia sentire prima che vedere (già se ne accorse Renzo dei Promessi Sposi quando, scappando da Milano verso Bergamo, sentì il suono amico del fiume Adda ben prima di avvistarlo).
Michele (bravo torrentista) ci fa un rapido ripasso di tecniche e segnali e, con curiosità, ci lanciamo per il primo tuffo. Subito siamo colpiti dal fascino selvaggio di quanto ci circonda: l’acqua è abbondante, fredda e scorre imponente tra gli gneiss che, nonostante la loro durezza, si sono lasciati modellare nel tempo geologico. La pioggia cade fitta e sottile completando il quadro romantico. Visto che siamo in cinque si ride e scherza ma non oso immaginare quale smarrimento si proverebbe ad essere qui soli.
Il torrente nella parte iniziale ha diversi tratti orizzontali dove si cammina. Sebbene ciò sia considerato un elemento peggiorativo della bellezza di una forra (un po’ come le cenge in una via d’arrampicata), a me piace molto: è bello scegliere dove mettere i piedi ed osservare lo spettacolo della natura (animata e non) di un torrente. Nella seconda parte il torrente prende verticalità con una successione stupenda di calate, tuffi e toboga alternati a enormi vasche dove occorre nuotare anche per decine di metri prima di agguantare la calata successiva.
Inizia a far freddo e l’ora si fa tarda; cerchiamo di procedere più velocemente e così - circa un’ora prima del buio - raggiungiamo la presa d’acqua che segna la fine della prima parte del torrente (il fiume continua per un secondo tratto attrezzato che pare altrettanto bello e impegnativo).
Non sappiamo bene come fare ad uscire dalla gola e così iniziamo a camminare lungo la condotta dell’acqua che taglia a mezzacosta il versante. Passiamo in una galleria e raggiungiamo una centrale elettrica che superiamo sul retro: mi viene da ridere perché con la muta e l’attrezzatura sembriamo soldati dei corpi speciali in qualche missione segreta.
La vera missione è tuttavia ritrovare l’auto (non sappiamo dove siamo e abbiamo l’impressione che ci toccherà camminare parecchio e al buio). In realtà dopo neanche dieci minuti vediamo la caratteristica chiesina di S. Giuseppe e realizziamo che la nostra meta è già raggiunta.
Sofia e Bruno salgono a recuperare la seconda auto e di comune accordo scendiamo poi tutti insieme a Domodossola per mangiare una pizza.

Viva l’acqua, viva le rocce, viva la vita.

Mòla mia, leù!
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