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   Gusela del Vescovà, 15/07/2014
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Onicer  oscarrampica   
Regione  Veneto
Partenza  statale Val Cordevole (450m)
Quota attacco  2320 m
Quota arrivo  2360 m
Dislivello  40 m
Difficoltà  AD- / IV+ ( IV obbl. )
Esposizione  Nord-Ovest
Rifugio di appoggio  biv. Della Bernardina
Attrezzatura consigliata  una corda da 50mt, non necessarie protezioni ulteriori
Itinerari collegati  nessuno
Condizioni  Ottime
Valutazione itinerario  Eccezionale
Commento Ah quel monolite che talvolta da qualche angolo delle Dolomiti Bellunesi spunta, o dalle pagine di qualche rivista…sempre l’ho sognato ma mai avuta la possibilità di dire a qualcuno: dai ci facciamo quattro ore di auto, cinque a piedi e poi 20 minuti di arrampicata…mai trovato il coraggio…sapendo già anche delle probabili risposte. Eppure è una straordinaria guglia di dolomia, indiscusso simbolo delle Prealpi e Dolomiti Bellunesi, che si aggrappa in bilico nel vuoto sul fianco occidentale della Schiara. Tale superba posizione le permette di essere visibile, sia da N che da S, anche da decine di chilometri, a dispetto dei nemmeno 40 m di altezza. E così,stanco di attendere, la proposta nell’estate 2014 arriva ad Armin che ormai quasi quindicenne aderisce entusiasta dopo aver visto le foto invitanti. In fondo le difficoltà tecniche sono relative e lui dovrà solo tenere la corda ed assicurarmi..ad arrampicare è capace. Dopo la settimana a Canazei, siamo con la famiglia a Caprile per qualche giorno e il 15 luglio, il dado è tratto. Alle 5.30 abbiamo già disceso la Val Cordevole fermi al Km 17 della SR 203 guardiamo ammirati una magnifica luna piena enorme arrampicarsi comunque con grazia sugli spigoli de La Rochèta che dal fondovalle si alza imperiosa verso i cieli appena rischiarati del mattino. Parcheggiato, (q. 486 m - indicazioni per Rifugio Bianchet) si salgono i gradini di cemento a lato della strada e ci si infila nel bosco fino a sbucare dopo circa 1h sulla carrareccia sterrata chiusa al traffico, che sale dal fondovalle. Parte questa un poco noiosa che per km di sterrato porta al fine agli incantevoli prati di Pian del Gat dove ameno, è arroccato in attesa di ospiti il bellissimo Rifugio Bianchet (h 7.15, q. 1250 m). Siamo al cospetto dei severi versanti settentrionali della Schiara,addolciti dal contorno di abeti dei fitti boschi. Lassù,lontana appoggiata come un oggetto dimenticato la nostra punta sgonfia il cielo e ci saluta gaudiosa. Entriamo per far fare ad Armin un’abbondante e meritata colazione e alle 7.45 dietro il rifugio prendiamo a salire nel prato lungo il sentiero n° 503 , diretto al Bivacco Dalla Bernardina. Il tracciato si snoda nel bosco, attraversa dei ruscelli e si porta verso W, sotto le pareti delle Pale Magre dove ad un certo punto vediamo anche la bellissima Finestra del Porton. Poco dopo, ritorna verso E entrando nel maestoso Van della Schiara con bella vista della fessura della Gusela che rappresenta il secondo ed ultimo tiro per giungere sulla cima. Bella vista sulla triade feltrina composta dal Sass de Mura e dal Piz Sagron che contengono il più minuto Pizzoc. A quota 1900 m si supera un salto di roccia grazie ad una scaletta e del cavo metallico. Per facili gradoni, canalini e banche ghiaiose, alternate a piccoli e duri nevai, sempre dominati dalla torre della Gusela che cambia continuamente di prospettiva, l´evidente tracciato perviene infine alla Forcella della Gusela (q. 2300 m, h 10.15). In alto a sinistra, sotto le rocce della Schiara, è ben visibile il Bivacco Dalla Bernardina, raggiungibile in pochi minuti, ma che visiteremo al ritorno; ora le nostre attenzioni sono solo per questo missile di roccia che si alza sopra le nostre teste rivolte con il naso all’insù, e che proveremo a salire. Per arrivarci comunque dobbiamo ancora salire un poco traversando a destra e singolarmente dovremo infilarci tra la parete dove s’infila il sentierino d’accesso e il lembo del nevaio che ritiratosi ha lasciato libero il passaggio: fortuna, altrimenti sarebbe stata dura arrivare all’attacco. Intanto contempliamo la piana di Belluno dominata dall’appuntito profilo del Monte Serva i cui prati sembrano veli di un abito stesi al vento. E’ bastato alzarsi di qualche metro ed è spuntato per intero il Lago di Santa Croce: ammiriamo le sue verdi acque mentre oltre i colli dalla tonalità più scura che ne delimitano la forma, si stende il piano padano ed il cielo è cos’ terso che si vede e s’intuisce l’azzurro del mare, la laguna Veneta. Alle 11.30 è approntata la sosta all´estremità W, sulla verticale di un chiodo ad uncino e posso cominciare ad arrampicare assicurato da Armin. Attacco la liscia paretina incisa superficialmente da una fessura, seguita da un piccolo strapiombo, e monto su un esile terrazzino. E´ questo il tratto tecnicamente più difficile della salita e, anche se breve, è valutabile IV+: sono presenti un chiodo e un fittone sul resto del tiro, che è di IV, si trova un altro chiodo ed è presente una fessura eventualmente proteggibile. Dopo questi primi 20/25 metri, attrezzata la sosta su due spit con catena., mi accingo a recuperare Armin che finalmente spunta attaccato al cordone ombelicale che una volta tanto è quello paterno. Non lo vedo tranquillissimo, in effetti è per lui la prima volta in ambiente e la mancanza degli spit, cui è abituato, lo disorienta un poco. Lo tranquillizzo dicendo che ora si va in cima…ma guardando dove devo andare verso il vuoto, le mie parole non hanno tanto l’effetto sperato. Dalla nicchia traverso orizzontalmente a sinistra (2 chiodi e una clessidra) arrivando in parete est. Supero una liscia e inclinata placca obliquando verso sinistra e poi salgo deciso la fessura-camino di III, in paurosa esposizione e che porta sul sul minuto terrazzino sommitale (1 chiodo nella fessura, eventuali altre protezioni a friend e nut; 25 m in tutto). Recupero Armin che anche questa volta appare improvvisamente dal vuoto sottostante con la sua faccina un poco preoccupata e che subito ci complimenta per il coraggio con cui ho affrontato l’esposizione ..ma no dai che era facile, bastava non guardar troppo giù. Sono le 12.30 e Armin si leva le scarpette ormai troppo strette per lui e ci rilassiamo guardando giù il vuoto che da tutte le parti attira come un imbuto le nostre paure. Che dire? Cinque ore di faticoso avvicinamento non giustificherebbero una salita di soli due tiri di corda. E nemmeno il panorama, più limitato rispetto alle più facili cime circostanti. Ma qui ci troviamo sul monolite più straordinario che la natura abbia modellato nelle Dolomiti. E quando vedremo la sua foto che compare ovunque..potremo dire di essere stati lassù. Un ago in bilico tra gli abissi, apparentemente solo appoggiato, ma che ci auguriamo abbia a resistere per sempre…o perlomeno che non decida di crollare proprio ora…e ci ridiamo su abbarbicati al cielo ma con piedi e mani adesi a questo piccolo mondo di pietra appeso nell’infinito del cielo. Foto di rito sulle conformazioni rocciose che ci circondano e coprono: le Pale del Burel, il Nason e la grande madre Schiara che tutto veglia del suo regno. E poi lo sguardo meno oppressivo sulla Val Belluna; quello sulle cime dolomitiche che si aprono oltre il Talvena è invece compromesso dalle nubi che lasciano spazio alla fantasia. Chiacchieriamo beati, mangiamo e poi ripassate le tecniche di discesa in doppia, ci prepariamo per il salto nel vuoto. Scendo io il primo tiro e poi lo aspetto in sosta intermedia presso la nicchia con catena incontrata in salita, da dove poi guardo e fotografo la sua discesa verso la madre terra pronta a riaccoglierci per la sua e nostra serenità. E che serenità guardare verso i prati che abbracciano il Rif.VII° Alpini avanposto di un mondo straordinario che si apre ai misteri del Viaz del Burel e dello Schiara e posto a capo dell’altrettanto fantastica e misteriosa val d’Ardo. Faccio un bel reportage sulla via fotografata dal basso e poi dal Bivacco Della Bernardina per cambiare la prospettiva di questo missile che solenne e impostato gratta il cielo. Ora sono scese nubi e nebbie e l’obelisco assume un aria ancor più magica e indefinita. Non mi stanco di far foto ognuna con il suo perché e poi recuperato Armin in forcella alle 15 ci buttiamo per il sentiero di salita verso valle volgendoci continuamente a salutare e rivedere la guglia di pietra che ora sembra un poco più nostra. Scendendo bella vista sulla parete delle Pale Magre, tratto a scalette, magnifico colpo d’occhio sulla finestra del Porton e poi sciate sul nevaio ormai rammollito. Ripassiamo dal Bianchet alle 16.30 e due ore più tardi siamo nuovamente sulla Statale della Val Cordevole così lontani dal mondo di rocce che ci accoglieva poche ore fa ma che sopravvive scolpito in un angolo dei nostri cuori. Felici soddisfatti pronti a rientrare al paesiello. 13 ore di viaggio per salire 40 metri di roccia. Ne valeva la pena…la qualità si paga e si nasconde all’ovvio ma si protegge per donarsi ai ricercatori della bellezza. Foto1 Armin sale Foto2 la Gusela Foto3 Schiara e Gusela

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