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   Punta Serauta 2980 (Marmolada), 14/08/2021
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Onicer  oscarrampica   
Regione  Trentino Alto Adige
Partenza  Baita Dovich (1550m)
Quota attacco  2850 m
Quota arrivo  2980 m
Dislivello  130 m
Difficoltà  PD+ / II ( II obbl. )
Esposizione  Nord-Est
Rifugio di appoggio  no
Attrezzatura consigliata  ramponi per la parte terminale del nevaio( aggirabile per rocce un poco esposte e friabili) corda se ci si vuole assicurare sulla paretina friabile con diversi passi di II°grado dove sono presenti gli antichi fittoni del tratto attrezzato
Itinerari collegati  nessuno
Condizioni  Buone
Valutazione itinerario  Eccezionale
Commento Siamo arrivati solo ieri e già mio figlio Giona asseconda i miei istinti alpinistici.Nel dubbio fra la ferrata al Collac e la salita al Monte Serauta, optiamo di salire il secondo che richiede un poco più di tempo e lasciamo il primo per qualche veglia mattutina. Ci muoviamo dopo il solito luculliano pranzo dal Madonna delle Vette ( Alba di Canazei) dove siamo ospiti con la mia Associazione e ci dirigiamo oltre il Passo Fedaia entrando in Veneto, scendendo fino a Baita Dovich, sulla destra della strada, da dove dovrebbe partire il nostro sentiero. Ho letto la relazione su una guida del 2007 e anche sul web non trovo molto se non che il sentiero pare esser chiuso dal 2014. Dopo aver parcheggiato cerco nei prati dietro l’albergo qualche traccia ma non trovo nulla e nonostante pensi già al peggio, faccio il tentativo di entrare e provare a chiedere. Una signora gentile con circospezione e quasi mi rivelasse un segreto da custodire, mi dice dove parte la traccia e che a lei risulta che ogni tanto qualcuno da lì scenda, ma non conosce lo stato del sentiero più in alto. Ufficialmente è chiuso. Dopo pochi minuti dalla partenza( 15.15 del 19/07/2021) ,attraversato il torrente, troviamo il cartello che avvisa che il sentiero è chiuso. Contenti che la traccia sia quella che cercavamo, proseguiamo oltre avventurandoci da subito su per bei canaloni rocciosi e selvaggi che serpeggiano lungo una costa rocciosa verticale apparentemente invalicabile. Un camoscio mi aspetta su un pulpito e scappa subito alla mia vista: lo vedo poco dopo, sporgendomi, in fondo ad un burrone profondo un centinaio di metri saltare la sua felicità su un nevaio residuo. Che ambiente spettacolare! Altri canali e cenge ci alzano rapidamente fino ad incontrare una stupenda parete rocciosa solcata dall’acqua in meravigliose rigole. Nel frattempo il panorama si è un poco aperto ed emergono allineati come in parata L’Antealao, il Pelmo e il Civetta, parzialmente coperto dalla verde cuspide del Piz Guda. Alle 16 siamo sopra il costone in una bassa vegetazione che attraversiamo in direzione della nostra montagna che magnifica si alza con le sue verticali pareti e la sua poderosa e ampia cresta. Un quarto d’ora dopo la vegetazione si fa più rada e sbuchiamo in un meraviglioso vallone racchiuso fra le pareti della nostra montagna a destra e quelle dei bastioni della Marmolada su cui( unico neo di questo posto meraviglioso) corrono alti i cavi della funivia che sale alla stazione di Serauta. Gio è affascinato dalla bellezza e dall’isolamento di questo luogo e sono contento che abbia la possibilità di accorgersene. Dice che è uno dei posti più belli che abbia mai visto. In effetti è veramente suggestivo e incredibilmente a due passi dalla folla, ma ben protetto da vie d’accesso complicate( la cui più facile, ora anche vietata). Entriamo ammirati in questo ampio vallone( Valon d’Antermoia) che sembra tanto un luogo segreto da cacciatori e risaliamo la sua lieve pendenza su una traccia che segna la linea fra bei prati e morbidi declivi che avanzano vs la chiusa delle pareti e il nevaio che ne riempie il bacino. Alle nostre spalle splendida collezione delle montagne di casa: in prima fila Sasso Bianco,Migogn,Col de la Puina,Crot,Piz Guda e la triade di 3000 Pelmo Civetta e Antelao. Saliamo in direzione delle pareti e del centro del vallone fino a quando appaiono i primi nevai e subito dopo i resti di scatolettame (mai visti così tanti…) di un accampamento bellico e vari muretti di trincea. Siamo ormai al bordo delle pareti precipiti del Piz Serauta e alcune placche calcaree ricordano la Sud della Marmolada..che è solo dall’altra parte del vallone. Ora stiamo per entrare nel grande nevaio nordorientale e il Monte Serauta chiude il suo sviluppo. Per ghiaioni e pietraie arriviamo al lembo del nevaio (h 17) sperando in una bassa inclinazione e nella neve morbida, non avendo con noi i ramponi, anche se appare subito chiaro che non potremo risalirne la terminale ma dovremo sperare di poter percorrere e traversare la fascia rocciosa che lo incastona. In 15 minuti lo traversiamo e riusciamo a raggiungere le rocce a sx con qualche attenzione negli ultimi passi che gradino un poco per Giona. Ora per rocce montonate, più infide e sdrucciolevoli che difficili, passiamo sopra al nevaio riportandoci decisamente verso dx e la stazione di Serauta che ormai grigia e metallica fa capolino sulle rocce sommitali della cresta. Con un poco di attenzione e apprensione, riusciamo a percorrere il nostro piano inclinato e ritrovando anche la traccia del sentiero esistente, arriviamo sotto la parete che sostiene la Stazione(h 18). Mi preoccupa un poco essendo abbastanza verticale e carica di detriti. Salgo cauto guidando Gio e cercando di seguire i pioli metallici che sono rimasti a ricordare quello che era un tratto attrezzato. Non ho con me uno spezzone di corda e allora mando Gio davanti e lo aiuto un poco da dietro anche se lui sale sicuro. In un quarto d’ora superiamo l’ostacolo e dopo un ultimo muretto guadagniamo l’ampia cresta che per detriti ci conduce all’ampio e quasi surreale, visto l’isolamento dal quale arriviamo, piazzale delgli impianti. C’ è un silenzio strano in questo luogo a 3000 mt di quota dove solitamente immagino regni il chiasso disordinato di folle di turisti che escono eccitati e vocianti dalla funivia( h 18.30). Intorno oltre al silenzio e all’aria fresca della sera che arriva, spiccano la guglia del Piz Serauta e la tozza semiluna del Monte Serauta che anticipa la poderosa seri di guglie della Marmolada e del suo bianchissimo e in forma smagliante, ghiacciaio. Un cannone bellico contrasta con la modernità dei paloni di sostegno degli impianti e poi lo sguardo abbraccia il vuoto a Nord verso i gruppi del Sassolungo e del Sella. Questo è un pulpito straordinario e goderne ora nella solitudine e nella pace delle ultime ore del giorno è un dono magnifico. la meraviglia esplode nella contemplazione dell’universo di montagne che si stende sotto di noi. A destra invece, oltre le lamiere della stazione si apre la tormentata cresta del Piz Serauta (che io pensavo fosse il Monte Serauta perché relazioni che avevo letto dicevano esser percorso dalla ferrata..) verso cui con apprensione dirigiamo i nostri passi nella speranza di trovare il percorso ferrato che dovrebbe riportarci a valle. E’ tardi e per sicurezza (qualora non trovassimo la via di discesa) controllo le porte d’ingresso degli impianti che purtroppo trovo chiuse. Del resto in discesa non riusciremmo a percorrere la paretina friabile scalata e quindi sarebbe stato meglio trovare un posto al riparo per passare la notte. Oltrepassata la stazione vediamo i camminamenti sulla montagna e questo ci rincuora. Poco dopo siamo in una sorta di museo di guerra con percorso e paline di spiegazione degli eventi bellici che qui accaddero. Abbiamo fretta, ansia e non ci soffermiamo, passando velocemente oltre. Alle 18.40 colpo di scena fra gioia e paura. In una sorta di grotta troviamo un cartello indicante l’inizio della ferrata Brigata Alpina Cadore (altrimenti detta “Eterna”) e quindi la strada verso valle. Il problema è che viene indicato in 6 ore il tempo di percorrenza e non mi capacito del perché ci debba volere così tanto. Abbiamo poche ore di luce davanti e rischiamo di trovarci al buio prima della fine. Mando un messaggio alla moglie scrivendole che è tutto ok, ma che faremo un poco tardi. Intanto io non capisco dove sia la cima della montagna perché salire oltre la grotta è da arrampicata e la cresta poi che si prolunga sembra scendere. Lascio Gio e gli dico di aspettarmi 5 minuti e faccio una corsa a ritroso guadagnando la sommità della zona museo che attraverso delle scalette mi porta infatti su un ampia piastra rocciosa più alta delle altre, un vero e proprio nido d’aquila da cui la mia vista spazia sull’immenso ghiacciaio nord della Marmolada e su cui mi concedo un selfie dato che sembra proprio questo sia il punto più alto ( Punta Serauta q.2980,h 18.50). Ricorro da Giona resistendo alla tentazione di portarlo in cima: il tempo scorre ed inesorabile e lunga sarà la discesa. Ricontrollo per esserne certo che non si possa rimontare sulla cresta oltre l’inizio della discesa della ferrata e raggiungo Giona che era già sceso dalla prima scaletta e sparito dietro una quinta mi fa battere il cuore. Lo riabbraccio e dopo rapido discorso sull’uso dei 2 moschettoni di sicurezza, partiamo. Io davanti e lui dietro ma poi invertiamo il senso di marcia così da dietro l’aiuto a sganciare il secondo moschettone mentre lui lo fa col primo. Dopo un primo tratto di cresta ci si profila davanti un enorme cuspide rocciosa che io penso possa essere il monte Serauta ma che invece è solo la prima di un’infinita serie di punte che sembrano non finire mai e collegate tra loro da tratti di cresta e traversi veramente molto esposti. Camminiamo praticamente in cielo tra una punta e l’altra, in un continuo su e giù per un’infinita ora di esposizione al vento e alla vertigine. Gio non ha freddo, nonostante siamo entrambi in maglietta e calzoncini e non pensiamo di fermarci a coprirci o per mangiar qualcosa finchè finalmente alle 20 non abbiamo più nulla davanti agli occhi e non avendo più cime da risalire ci facciamo un selfie sotto l’ultima cuspide rocciosa e iniziamo un poco più rilassati la discesa verso un crestone discendente. Mi chiedo dove sarà mai la Cima del Monte Serauta( ..solo a casa scoprirò come stavano esattamente le cose e come perfino nelle relazioni sul web, vengan confusi il Piz, il Monte e la Punta Serauta). Forse ce la facciamo prima del buio ma la luce è ormai radente e le ombre si allungano. Abbandoniamo il crestone e ci buttiamo giù sempre seguendo il cavo da una parete inclinata, un poco più semplice e concedo a Giona per guadagnar tempo di usare solo un moschettone per l’assicurazione. Si vede giù in basso il Passo fedaia ed è un’iniezione di ottimismo…ma siamo ancora altissimi. Però forse il peggio è passato. Scendiamo di paretina in paretina fin quando alle 20.40 mi fermo a scattare delle foto al tramonto sul Piz Boè. Ormai il sole sta scendendo, ma siamo lanciati anche noi. Però è impossibile non fermarsi a contemplare e fotografare tutte le Dolomiti impegnate nella quotidiana enrosadira diventare sempre più arancioni: Sasso delle Dieci, Counturines,Fanes,Tofane, Cristallo,Antelao Pelmo e Civetta ammaliano e attirano in un gioco di luci ed ombre messo in scena tutto per noi che ormai in penombra scendiamo quasi di corsa il corrucciato dorso della montagna. Poi l’ultimo raggio di sole ci colpisce prima di andare a nascondersi dietro il Sassolungo e investe d’arancione intenso la parete che Giona sta discendendo, stagliandosi alto con la sua maglietta verde sullo sfondo del cielo blu. Mentre lo fotografo per consegnare all’eternità questi momenti indimenticabili, ho l’impressione che la roccia ai suoi piedi diventi incandescente tanto è forte e irraggiante la tonalità del suo colore. Poi tutto diventa violetto, ambrato e azzurrino e il silenzio si fa ancora più avvolgente e immanente. La base sembra avvicinarsi ma ad un certo punto intuisco il vuoto davanti a noi e infatti ci attende un tratto completamente verticale e con i passi (soprattutto uno) in traverso più duri della giornata. Riordino a mio figlio di assicurarsi con entrambi i moschettoni. Sono afferrato dall’angoscia e dalla paura perché temo possa succedere qualcosa a Giona che in realtà è tranquillo e indifferente e anzi è lui a segnalarmi, dopo averlo superato, il passo duro. Qualche attimo ancora di tensione e poi finalmemente tornato davanti, intuisco il più appoggiato scivolo finale che ci deposita sui ghiaioni basali( q.2500, h 21.15). Un cartello indica 5 ore di percorrenza ( siamo scesi in 2 ore e mezza…), noi abbiam proprio volato ma non possiamo ancora rilassarci perché ormai si vede poco e non dobbiamo perdere la traccia che si mescola nel ghiaione a tante altre. Alle 21.45 ci facciamo un selfie nel buio più completo, ci abbracciamo felici e rilassati perché ormai ma ormai siamo sulle enormi piste da sci e scendere con la frontale è un gioco. Sentire gio entusiasta dirmi che è stata la gita più bella che ha mai fatto mi riempie di gioia..in effetti è stata un’avventura incredibile, ma temevo potesse esser stato troppo per lui. Alle 22 siamo nel bar del Passo Fedaia a berci meritate birra e coca cola e ad aspettar la mamma che viene a prenderci in auto da Canazei…e che mi perdona solo perché le ho riconsegnato sano e salvo il figlio e al settimo cielo. Ci riporta giù al nostro pulmino e poi dopo averli salutati passo dalla signora di Baita Dovich a ringraziarla. Risalendo al Passo nel buio rivivo i fotogrammi di una giornata epica in cui Gio ha veramente rivelato di avere la stoffa dell’alpinista…quella capacità di tenere duro e saper soffrire quando non ci sono altre soluzioni e si è costretti a dare il 100% per farcela. Grandeeeeeeeee Gio. Purtroppo usciamo entrambi ammaccati da questa faticata…io con una potente faringite che mi costringe a fermarmi per 4 giorni e Gio con un inizio di tallonite che lo limita nei gg seguenti. Ammaccati…ma immensamente felici.
Foto1 paretina da arrampicare sotto la Stazione della funivia Foto2 tratto iniziale ferrata
Foto3 gio nell’ultima luce
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