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| Gran via delle Orobie (GVO), 20/08/2026 | Tweet |
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| Onicer | Zeno
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| Gita | Gran via delle Orobie (GVO) |
| Regione | Lombardia |
| Partenza | Foppolo (1600 m) |
| Quota arrivo | 2924 m |
| Dislivello | 5000 m |
| Difficoltà | EE |
| Rifugio di appoggio | Bivacchi, baite e rifugi autogestiti |
| Attrezzatura consigliata | Normale da escursionismo di più giorni |
| Itinerari collegati | nessuno |
| Condizioni | Buone |
| Valutazione itinerario | Eccezionale |
| Commento | La GVO (acronimo per "Gran Via delle Orobie") mi ha sempre incuriosito per quell'alone di selvaggio ed incustodito che caratterizza il versante orobico valtellinese. Insieme ad alcuni miei compagni di seminario nasce l'idea di percorrerne il tratto centrale. A ridosso della partenza ci accorgiamo che è prevista una perturbazione significativa ma non abbiamo modo di trovare altri giorni quindi decidiamo di partire comunque.
Iniziamo a camminare da Foppolo con il papà di Raffa che ci accompagna gentilmente in auto fin là. In poco tempo siamo in cima al Corno Stella in mezzo a tanti altri escursionisti che approfittano della bella giornata. Dalla vetta scendiamo sul versante est verso la val del Livrio e siamo immediatamente catapultati nell'isolamento austero del versante abduano. Non c'è traccia ma la via è evidente, confermata da qualche ometto. Arriviamo al lago di Publino e risaliamo ripidamente verso il passo dello Scoltador. Raffa inizia a sentirsi molto debole ed è in dubbio sul continuare. Con un po' d'apprensione scendiamo in val Venina dove decide di tornare a valle insieme a suo fratello. Un po' tristi lo salutiamo e riprendiamo la marcia. Siamo rimasti in tre: Gando, don Federico ed io. Superate le ex miniere di ferro saliamo al passo Brandà da cui caliamo in val d'Ambria nell'ombra della sera. La meta è la Baita Cigola, recentemente adibita a bivacco e dedicata al poeta Gianmario Lucini. La troviamo abbastanza sporca e malmessa ma c'è comunque tutto quello che serve per stare bene compreso gas e pentole con cui prepariamo un ottimo risotto allo spinacio selvatico (Chenopodium bonus-henricus). Abbiamo la fortuna di avere con noi Fede, novello sacerdote, e quindi celebriamo la messa appena fuori dalla baita. Nella notte si scatena l'atteso temporale che non accenna ad allontanarsi neanche al mattino: è un continuo di tuoni, lampi e scrosci d'acqua. Aspettiamo il pranzo per deciderci a partire. Dopo neanche un'ora ecco un altro temporale: preoccupati per i fulmini ci ripariamo sotto una parete aggettante in attesa che spiova. Preghiamo il rosario contemplando la Val d'Ambria che si riempie di torrenti; ogni impluvio è un nastro argentato a comporre una scena spettacolare. Finiamo di pregare e smette di piovere così riusciamo a passare serenamente il passo del Forcellino ed immetterci in Val Vedello. Mentre perdiamo quota si scatena un altro acquazzone ma ancora una volta troviamo riparo nell'Alpe Zocca, aperta ma abbandonata. Facciamo un po' di fuoco per scaldarci ed attendere un miglioramento meteo che però non accenna ad arrivare. Verso le 17 ci rimettiamo in marcia scendendo al Lago di Scais. Siamo subito nuovamente fradici anche perché il sentiero è diventato un torrente ed altrettanti torrenti vanno guadati con acqua che arriva alle ginocchia. Il piano è di chiedere alla diga di Scais le chiavi del rifugio Mambretti per dormire al caldo ed asciugarci un po'. Attraversiamo su di un ponticello il torrente Vedello (alquanto mugghiante) ma quando arriviamo al torrente Caronno vediamo che il ponte non c'è più. E' una scena epica, spaventosa ed affascinante al contempo: l'acqua marrone, densissima di trasporto solido, scende con una forza devastatrice. Non ci resta che tornare indietro ed aggirare il lago da sotto fino a giungere alla casa del custode che però non ne vuol sapere di darci la chiave della Mambretti; dice che serve un bonifico previo fatto al CAI di Sondrio. Sul momento ci rimaniamo un po' male ma in realtà la cosa si rivelerà buona (saremmo dovuti altrimenti scendere a riportare le chiavi la mattina seguente). Costeggiamo il lago mentre sta facendo buio e la pioggia continua incessante a scendere. Alle case di Scais vediamo una luce accesa e, preso coraggio, bussiamo chiedendo accoglienza. La famiglia ci accoglie gentilmente e possiamo così ristorarci al caldo della stufa ed asciugarci un po'. Mentre chiacchieriamo intuiamo però che non sono intenzionati a tenerci lì per la notte così ormai al buio ci rimettiamo in marcia per la Mambretti. Dopo altri guadi avventurosi verso le 22.30 siamo finalmente nel locale invernale dove ci sistemiamo per dormire. La mattina seguente non piove ma il tempo è ancora bigio. Siamo comunque fiduciosi sapendo che il meteo dovrà migliorare. Saliamo il ripido versante "degli Uomini" fin sotto al Pizzo Biorco. Avevamo in mente di valicare la bocchetta di Scotes e scendere al bivacco Corti ma, seguendo i segnavia, ci troviamo sulla traccia che porta al Donati attraverso il passo tra il Pizzo Biorco ed il Pizzo di Rodes. Visto che sta cominciando ancora a piovere decidiamo di continuare per di lì puntando a ripararci nell'invernale del Donati. Lo raggiungiamo mentre la pioggia cresce di intensità e scopriamo con grande gioia che c'è la stufa. In un attimo la graziosa stanzetta si trasforma in una asciugatrice con panni appesi dappertutto. Ci gustiamo il tepore e prepariamo un altro risotto per il pranzo mentre racconto ai miei compagni dell'avventura dell'anno scorso vissuta con Oscar a partire da questo rifugio. Al pomeriggio ripartiamo ancora sotto l'acqua traversando la testata di Arigna. La nostra ottima relazione (paesidivaltellina.eu) indica questo tratto di sentiero come scorbutico per via degli ontani ma in realtà lo troviamo ottimamente segnato, ripulito ed attrezzato. Le difficoltà sono date dai guadi da fare: la portata dell'acqua è calata rispetto al giorno prima ma i torrenti sono usciti dai greti lasciando delle ampie fasce ripide di detrito sciolto. Restano alcuni rami di ontano interamente scorticati a cui ci si riesce ad attaccare. Arriviamo al ramo principale del torrente Armisa che è ancora molto in piena. Lo risaliamo per un tratto fino a trovare un punto adatto al guado: c'è una strettoia superabile con un buon salto. Decidiamo di legarci perché la forza dell'acqua mette una certa paura. Ritroviamo il sentiero oltre il torrente e, con altri guadi ingaggiosi, giungiamo finalmente alle Baite Michelini. Si fa sera e siamo abbastanza provati ma mentre ci prepariamo a ripartire ecco che le nubi si diradano ed appare il sole dietro al Pizzo di Rodes. Dopo tanta acqua non ci sembra vero. La luce calda ci riempie di gioia e ci infonde nuove forze. Galvanizzati risaliamo lo splendido versante contemplando tutto. Gando è davanti e tira mentre Fede ed io facciamo un po' più di pause per fare scorpacciata di mirtilli. Arriviamo al rifugio Pesciola e con grande sorpresa troviamo due persone ed un cane che mette un certo timore. Si tratta di Claudio, bergamasco che vaga da parecchi giorni per la val Malgina con il cane spostandosi tra una baita e l'altra e Kasha, polacca di 67 anni che sta attraversando da sola le Alpi dal Bianco fino a Trieste. Iniziamo a far conoscenza, stupendoci reciprocamente nell'ascolto delle avventure di ciascuno. Pensiamo che i nostri nuovi amici siano un po' particolari ma anche loro devono pensare lo stesso, in particolare quando scoprono che siamo seminaristi e che Fede è un prete. Il rifugio è straordinario: c'è persino la doccia con il boiler per l'acqua calda. Ceniamo insieme e poi chiediamo a Kasha e a Claudio se vogliono partecipare alla messa. Claudio si ferma con noi ed è proprio un bel momento. Nella giornata successiva ci attende la Val Malgina: sono curiosissimo perché si tratta del tratto più ostico della GVO che nel suo percorso ufficiale evita la traversata diretta della valle abbassandosi parecchio. Grazie ai buoni consigli di Luca (che era passato anni fa) e di Ivan (responsabile della Baita Pesciola), decidiamo di seguire la traversata alta: un tracciato individuato nel 2008 da Guido Combi e Giuseppe Miotti che traversa al di sopra del limite della vegetazione ma sotto le vedrette dei Cagamei. E' un tratto di sentiero spettacolare dal punto di visto paesaggistico, glaciologico ed anche geologico (un bellissimo filone andesitico intruso nel basamento metamorfico traversa tutta la testata della valle). Il punto più alto è la caratteristica bocchetta, localmente chiamata con il nome di "Li furchetì" (2423 m) che permette di superare elegantemente i contrafforti della Cima della Foppa. Pur richiedendo un po' di pratica di montagna, il percorso è agevole e verso mezzogiorno ci ritroviamo nel canalone della Malgina contentissimi per la buona riuscita della traversata. Risaliamo con fatica fin quasi sotto il Passo della Malgina deviando poi sulla cresta est dell'omonimo pizzo. Sono io che per primo sbuco in cresta e, come se si aprisse il sipario di un teatro, mi trovo davanti le familiari cime dell'alta val Seriana. Ricompaiono anche alcuni escursionisti che scendono dalla vetta del Diavolo. Raggiungiamo la croce e "diamo fondo al barile" mangiando tutto il cibo che ci è rimasto. Decidiamo poi di celebrare la messa ricordando vivi e defunti e ringraziando per tutta la bellezza vista e vissuta. Dopo un ultimo sguardo verso la val Malgina, ci tuffiamo lungo gli sfasciumi della Valmorta: è un angolo orobico che mi piace tanto e son contento di mostrarlo a Gando e Fede. Gando vorrebbe risalire al Pizzo Coca ma Fede ed io siamo belli stanchi quindi decidiamo di scendere direttamente verso valle. Ci fermiamo un attimo al Curò dove la musica diffusa da un altoparlante ci riporta alla civiltà che ci sembra di aver abbandonato da più tempo di quello che in realtà è passato. Scendiamo a Valbondione dove il papà di Fede viene a raccattarci e terminiamo la nostra avventura in un risto-pub di Albino dove Fede, da bravo presbitero, ci offre la cena. Appena prima di entrare nel locale ricordiamo Gianni, leggendario factotum del seminario che va in pensione quest'anno, ed incredibilmente lo troviamo dentro. Spazzoliamo il cibo mentre vediamo pian piano spopolarsi i tavoli intorno a noi a causa dell'odore di selvatico che abbiamo addosso. Ci ridiamo su, grati di questi giorni di amicizia nelle Orobie severe. Mola mia, leù! |
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