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   Infinite creste dei Monti Sibillini, 06/08/2022
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Onicer  oscarrampica   
Gita  Infinite creste dei Monti Sibillini
Regione  Altro
Partenza  Forca di Presta  (1530 m)
Quota arrivo  2475 m
Dislivello  2800 m
Difficoltà  F
Rifugio di appoggio  zilioli
Attrezzatura consigliata  nde acqua tanta se d'estate
Itinerari collegati  nessuno
Condizioni  Ottime
Valutazione itinerario  Eccezionale
Commento Quattro giorni dopo la debacle della Sibilla(i cui poteri magici mi hanno risucchiato le energie..) sono pronto a ripartire stanco ma ben allenato da continue salite a Cupra Alta per vedere albe e lune (spettacolari!!!). La sera del 18/07 dopo i riordini post cena parto per il mio avvicinamento solitario in direzione della Forca di Presta. Lasciata l’autostrada litoranea prendo per il centro della nostra amata penisola e dopo aver superato Ascoli Piceno m’ inoltro al buio nei luoghi sfigurati dal sisma del 2016 e solo ricordandomene non confondo i villaggi ricostruiti per centri turistici. Arrivo alle 22.30 al valico di Forca di Presta a 1500 m dove parcheggio e predispongo il furgone per dormire. Fuori è fresco, ci saranno 15°. Attorno alle 2.30 sono svegliato da voci e luci di frontale che vedo inerpicarsi su per la montagna…andran su a vedere l’alba penso..e mi viene quasi la tentazione ma ho troppo sonno e poi mi perderei la bellezza della salita al chiaro in luoghi che non ho mai visto. Mi sveglio poco prima della sveglia e scatto fuori per fotografare la striscia di rosso che fa sanguinare la notte ancora buia. Che spettacolo incredibile. Sono pronto al volo..indosso tutto quello che ho…due magliette e un kway leggero e parto ammirato dalla luna piena che fascia di tenerezza la dormiente Castelluccio di Norcia il cui occhio di luce squarcia il nero. Parto veloce perché è fresco, perché mi sento in forma, perché ho voglia di testare la condizione dopo la disfatta di qualche giorno fa e perché il sentiero scorre ampio e visibile anche al buio ma sotto la linea del crinale e non voglio farmi sfuggire l’alba vera e propria e tutto lo spettacolo di colori che porta con se’. La prima immagine quando sfugge il buio è quella della nebbia raccolta sul Pian Grande e che tanto mi ricorda la mattina in cui nelle stesse condizioni,salivo in Scozia, il Ben Nevis. Piano piano prende colore un fantastico paesaggio che dalle tonalità del blu passa a quelle del verde giallo marrone: un cuore piano custodito da dolci declivi collinari ammantati da macchie di faggi e ovunque rotondità, assenza di spigoli, un paesaggio morbido d’una bellezza gentile e femminile. Dieci minuti d’ansia dopo abbandono il sentiero e raggiungo il crinale per vedere la meraviglia che aspettavo: la grande striscia gialla arancione rossa che disegna l’orizzonte e va a nascondersi dietro il profilo del Vettore che piano piano comincia a mostrar i propri verdi fianchi. E dietro la meraviglia è la vista dei piani Grande e Piccolo che si tendon le mani fra dolci colli che si rincorron a festa. Che panorama incredibile, sembran colline di velluto che ammaliano gli occhi come facevan le sirene di Ulisse con le orecchie. Poi a sinistra si profilan le Coste del Vettore con l’enorme linea di faglia del sisma 2016 e a destra il sole sorge fra le nubi creando surreali macchie di luce. Arrivo cosi’ a delle tabelle che illustrano quello che stavo già vedendo a proposito del recente terremoto. Vedo sbigottito dalle fotografie che la montagna è collassata su se stessa in alcuni punti fino a due metri lasciando placche a nudo a memoria dell’incredibile scossa. Lascio lo spiazzo legenda e riprendo a salire ma sono costretto ancora a voltarmi all’indietro perché la luce del sole raggiunge i colli sotto di me e li colora d’arancione in tonalità fantastiche. Che spettacolo d’erbe verdi che luccicano d’oro. Intanto la nebbia ristagna sui piani donando un tocco di mistero tipico del vedo non vedo. Il sole continua a sorgere ogni volta che scendo sotto il crinale e improvvisa m’appare la Sella delle ciaule e la macchia scura del rifugio-bivacco Zilioli primo step della mia immensa traversata. Cullato e inseguito dai fasci di luce che svegliano la montagna, esterrefatto alla vista del Corno grande che riempie il cielo oltre i profili dei Monti della Laga, vi arrivo alle 6. 10 (q.2250). Il dolce panettone del Vettore aspetta placido e dopo una rapida occhiata al bel locale invernale in legno parto lancia in resta ammirando la cresta che percorrerò più tardi che colorata di sole unisce la sella al Redentore e alla magnifica parete del Pizzo del Diavolo dalle fattezze verticali e assolutamente dolomitiche. Il sole sorge nuovamente avanti a me mentre seguo la pista che docile sale regalandomi momenti suggestivi. Ora la salita si fa dura e vedo due figure scendermi incontro. Dall’abbigliamento tecnico del maschio deduco di poter ricavare informazioni e chiedo due cose. E’ un carabiniere simpaticissimo della forestale che mi dà dritte su dove trovare l’ultima acqua sul mio percorso e si stupisce per quello che voglio provare a fare. Mi spiega del chirocefalo del Marchesoni, un minuscolo gamberetto che abita solo i Laghi di Pilato e delle sue abitudini. Quando gli dico che volevo rifornirmi d’acqua al lago si mette a ridere e mi dice solo di non farci il bagno perché è cintato..ma oggi i colleghi non passeranno…gli prometto che prenderò l’acqua solo se sarò disperato e ci salutiamo io ringraziandolo e lui augurandomi buona traversata. Felice per l’incontro mi ritrovo poco dopo sui prati sommitali che perdono in pendenza e adducono al cielo che poco dopo raggiungo. (q.2475,h 6.45). Sulla larga cima un ometto una lastra di ferro agghindata e un grande riparo per i venti e un panorama che s’allarga al mare, al Gran Sasso e ai monti della Laga, alle colline marchigiane e al resto delle due creste che scenderò e che contengono buona parte delle Cime di questi Monti Sibillini, se si escludono Sibilla, Bobe, Berro e Priora che mi stanno proprio davanti verso nord. Il sole è ancora basso e mi raggiunge di taglio luccicando il mare di riflessi e indorando la cresta sottile che seguirò in discesa verso l’abitato di Foce 1500 mt più in basso. L’occhio indulge sulla meravigliosa parete del Pizzo del Diavolo e il passo rotola sulla tonda cresta appenninica, tanto dolce, morbida e accogliente, così diversa dalle taglienti, repulsive e precipiti creste dolomitiche o bergamasche cui sono abituato. Qua si cammina in pace col creato non costretti a guardare sempre dove mettere i piedi e senza ansie da vertigine. Sporge laggiù mezzo occhio di un laghetto e quasi mi vien la tentazione di scender dritto senza fare tutto il giro ma guadagnerei tempo e non soddisfazione. “Comodo ma come dire poca soddisfazione, poca soddisfazione Signore”. Beato scendo fra mare e valle sul crinale della felicità fra luci e pensieri. Vedo nel verde il Lago di Fiastra a destra mentre a sinistra sono proprio face to face con la parete del Diavolo: che bella..rubata alle Dolomiti! Davanti a me i verdi e sinuosi profili del Torrone e del Sasso d’Andrè mi invitano a raggiungerli. Alle 7.15 è l’ometto a suggerirmi di essere a Cima Torrone(q.2115) che solo scendendo acquista prominenza e giustifica l’appellativo di monte. C’è solo il cielo azzurro il verde dei prati, il bruno chiaro delle rocce..e il mio cuore che batte felice di solitudine unendosi al mare sulla linea dell’infinito così lontano e così vicino. Anche il sole gioca a tuffarsi riempiendo di riflessi l’orizzonte e rendendo magico il momento. Per dolce cresta caracollo in discesa verso una verde sella che anticipa la risalita alla seconda cima. Tutto è tondo e morbido e invertendo la direzione in pochi passi verso l’alto, sono sul Sasso d’Andrè (q.2100,h 7.50). Bellissima la vista sulla lunga cresta che scende dal Vettore e sull’altra che scenderò dopo la risalita da Foce, che si aprono a cuneo dopo essersi toccate alla sella delle Ciaule. Proprio di fronte a me stanno i due bei roccioni del Sasso Borghese superati dietro dalla tonda e verdeggiante cupola del Palazzo Borghese. Supero uno sperone vagamente roccioso che mi permette di fare una bella foto con i pallidi calcari che s’infrangono sull’azzurro cupo del cielo e sull’altrettanto pallida luna che ancora splende in cielo. Poi è solo verde e prati di genziana fino alla discesa alla sella dove abbandonerò il crinale che prosegue risalendo al Monte Banditello e virerò in picchiata giù a sx. Vi arrivo alle 8.15 con bel panorama vs il Gran Sasso e il Camicia auterevoli rappresentanti della storia dell’alpinismo appenninico. Pochi attimi di discesa dopo i miei piedi incrociano dell’umidità da cui risalgo alla segnalata e trovata Fonte Gelata da cui avidamente bevo e mi rinfresco che comincia a far caldo. Per l’ennesima volta nella giornata il sole sparisce dietro il vrinale e l’ombra mi riaccoglie a tratti. Supero i ruderi di una baita che tanto mi ricorda gli incontri dolomitici e poi inizio ad entrare ed uscire da meravigliose macchie di faggi che colonizzano a tratti questi pendii donando fresco e riparo dalla calura. Non so perché crescano a macchia di leopardo. Poi sbuco passo sopra un ‘esile striscia d’asfalto che scorre e in pochi minuti sono all’ingresso del piccolissimo borgo di Foce a 950 mt slm (h 9.30). Un piccolo parchetto che anticipa le case del paese mi accoglie con una rigogliosa fonte che spegne la mia sete e riempie il mio camelbag e dopo una piccola colazione attraverso l’abitato e cento metri dopo sono davanti ad uno dei rarissimi cartelli del parco che indica la via per i Laghi di Pilato dati a 3. 30 h. Mancan 10 minuti alle 10, calcolo di arrivarvi verso mezzogiorno e procedo iniziando la Valle del Lago che splende sotto un sole forte e battente a ricordarmi che siamo abbastanza a Sud. L’erba secca mi ricorda la latitudine ma se alzo gli occhi al Pizzo del Diavolo che chiude la valle in fondo sembra di esser in Dolomiti. Comincio in falsopiano a traversare i Piani di Gardosa dove greggi brucano le aride erbee cammino e cammino e sudo e sudo fino all’irreale visione di una parete a picco sotto alla quale tre colossali faggi gettano ombra su una copiosa fonte che riempe due vasche in sequenza per l’abbeveraggio degli animali(h 10.15). Questa è l’ultima acqua, mi disse il forestale, e riempio la borraccia. Mi viene in mente l’episodio delle Querce di Mamre e indulgo coi pensieri in quest’oasi magica che raffredda l’aria che brucia come in una fornace. Riparto e la vegetazione sembra rinforzarsi promettendo ombra e difatti poco dopo m’immergo nel fogliame con il sentiero che prende ad inerpicarsi in una sorta di canyon stretto fra belle e colorate pareti rocciose. Supero un’antro, rapidi tornantini spingono verso l’alto e mi attardo a nutrirmi alle copiose e laterali macchie di rossi e squisiti lamponi. Il cielo filtra nuovamente fra gli alberi e m’annuncia la fine del saltello e l’approdo alla parte superiore della valle. Infatti poco dopo esco nuovamente all’aperto in un bellissimo valloncello che ancora mi ricorda le coste scozzesi con a sinistra i prati che salgono verso il cielo e il crinale da dove sono sceso e a destra belle pareti di roccia. Seguo il sentierino che come un fiumiciattolo si fa strada sul fondo e riprendo a salire decisamente sorvegliato dalla parete del Pizo Diavolo che si fa sempre più imponente. Il vallone si allarga in bei prati, circhi morenici e ghiaiosi fino ad entrare nell’ultimo bacino che si apre verso la sella da cui sono partito. Salgo nel verde fra i sassi e la parete alla mia destra apre le sue architetture rocciose verso il cielo e non mi stanco di guardarla e fotografarla: un pezzo di Dolomite trasportato quaggiù. Stessi colori, pinnacoli, torri, gendarmi e strapiombi. Salendo ho incontrato padre e figlio e quattro stranieri che m’han detto che al lago erano in sei. Da un sentiero laterale più alto di me sale un altro escursionista e forzo il passo perché sogno di arrivare ai laghetti e non trovarvi nessuno. Recupero la quota e lo svantaggio…si ferma spesso…vedo l’ultimo bordo oltre il quale…siii il primo laghetto docile si arrende alla scoperta del mio sguardo curioso. E sono solo. Dopo un istante di meraviglia e ringraziamento supero i paletti di protezione e veloce m’ immergo nelle fresche acque pensando a cosa dirà il chirocefalo di questo brodo di coltura. Riempio il camel bag di provvidenziale riserva idrica per evitare la mia estinzione e confidando in quella del chirocefalo e rapidamente esco. Esaurito il dovere bevo avidamente e inizio a contemplare la bellezza di questo fondovalle: un paesaggio fatto di pietre bianche riarse da sole e calore e dominate dall’incredibile parete che lo sovrasta. Come una pupilla blu il laghetto colora la vita di questo altopiano altrimenti desertico. Mi fermo esausto sotto il sole, zoomo sul grande gendarme, sogno l’ombra ma non si può far tappa con questo calore, nonostante da poco sia passato il mezzogiorno. Mi nuovo sulla traccia che s’inoltra, le recinzioni spariscono e il lago s’incurva a lente per presentarmi poi il gemello, più tondo e non meritevole di recinzione. Questi laghetti di Pilato (la leggenda vuole che qui venne Ponzio a lavarsi le mani insanguinate..), vengon anche chiamati laghetti degli occhiali. Cammino per la pietraia fino al termine del secondo laghetto e poi decido di salire il pendio sfasciumato e ghiaioso (sic!!!) fino ad intercettare il sentiero che sale verso la sella. E’ salendo che i laghetti danno il meglio di sé e appaiono nella loro spettacolare forma ad ochiale. Non riesco a fotografare i laghetti e tutta la parete insieme fino a che arrivo ad un tratto chiamato Le Roccette, semplice ma un poco esposto: non segnato e trappola ideale per l’escursionista basic. Da quassù la vista è veramente spettacolare e ripaga la fatica. Mi volto prima di una specie di forcelletta che superata chiude la vista verso i laghetti e m’imprimo il loro blu sulle pupille. Per prati seguendo tracce casuali arranco svuotato di forze verso il culmine della Sella delle Ciaule. Sono stanco ma stavolta a ragion veduta perché ho superato di parecchio i 2000 mt di dislivello. Incontro Daniele che mi chiede dei laghetti e in cambio, saputo della mia marcia forzata, mi dice di chiamarlo quando arriverò a Castelluccio che lui è lì in vacanza e mi riporterà all’auto invece di fare autostop. Appare oltre il crinale la macchia scura dello Zilioli e chiedo il permesso di buttarmi all’ombra in un anfratto della costruzione a due ragazze appoggiate alla parete, intente al loro pranzo. Sono le 13.30,ci presentiamo e chiaccheriamo dei nostri lavori mentre mi offrono ciliegie che così grosse e buone non ne avevo mai mangiate e in cambio do loro info sulla zona e su questi laghetti che nessuno pare sapere dove si trovino, come confermano poi altri turisti che passano. Mi rilasso, chiacchero, mi alimento e non mi alzerei più da quest’ombra così cara ma alle 14.20 saluto e riprendo la via della cresta,dall’altra parte questa volta, in salita verso la prima punta nominata Cima di Prato Pulito(q.2375) che raggiungo un quarto d’ora dopo con viste meravigliose sul Pian grande e Piccolo a sinistra e sui laghetti di Pilato giù in basso a sinistra. Chiaro il significato del nome essendo coperta fino alla sommità da prati immacolati. Sempre in cresta raggiungo altri 10 minuti dopo la Cima del Lago con ometto e sasso riportante la quota ( q.2425) con bellissima visuale del tratto di cresta che percorrerò ora in direzione ad anfiteatro della Cima del Redentore e dell’ulteriore tratto di cresta che l’unisce al Pizzo del Diavolo, con le pareti precipiti fino alla valle dei laghetti. Riparto fra saliscendi fino alla forcelletta del Lago con vista sullo Scoglio dell’Aquila e sui Piani che aumentano di bellezza e profondità e poi il Vettore con i laghetti e queste pareti circolari che io percorro sul lato superiore fra viste sublimi come su una terrazza panoramica, mi portano alla piccola croce in ferro della cima (q.2450, h 15.10). Davanti a me la cresta prosegue secondo il mio itinerario ma ora svolterò a destra e sempre per cresta andrò e tornerò fino alla cima del Pizzo del Diavolo(q.2410). Impiego su cresta giusto un filo più aerea dieci minuti ad andare e dieci a tornare: il panorama è sempre splendido con vista sull’intera Valle del Lago percorsa stamattina e sulla cresta che scende dal Vettore percorsa ancor prima. Tornato sulla Cima Redentore prendo a scendere il dolce crinale che si affaccia a sinistra sulle Coste del Vettore che scendono in picchiata fino a riposarsi sugli immensi e stupendi prati dei Piani di Castelluccio di Norcia la cui bellezza muta ad ogni nuova prospettiva che la montagna offre. Il paese costruito su un colle sembra un presepe, un castello che domina i piani. Continuo a scattar fotografie verso questi altopiani incredibili e verso lo spigolo possente del Diavolo che s’intreccia coi profili del Vettore. Tocco in sequenza i tondi profili di Cima dell’Osservatorio (q.2350,h 16), Quarto San Lorenzo (q.2250,h 16.20) e ora davanti a me tutte le cime di questa zona(Sibilla,Porche,Argentella, Sasso e Palazzo Borghese,Bove, Berro e Priora) e soprattutto Cima di Forca Viola, l’ultima della sequenza dopo di che scenderò al Passo di Forca Viola e deciderò cosa fare. La raggiungo alle 16.35(q.2230). Fantastico lo sguardo d’assieme su tutti i crinali percorsi che s’incastrano in meravigliose sovrapposizioni e il mare saluta da lontano e il Pian Grande abbraccia sempre dal basso riempiendomi d’entusiasmo. Perdo subito la traccia nell’erba e scendo per la verticale mirando la depressione e solcando prati di stelle alpine numerosissime ma non belle come quelle dolomitiche. Poi ne raccolgo qualcuna cicciona per Dani e arrivo, ritrovato il sentiero al Passo(q.1950, h 17). Mi stendo sull’erba, stanco felice assetato ed affamato ben deciso a concedermi la seconda pausa di questa infinita giornata. Bevo e mangio, il sole picchia solo un poco meno ma scotta sempre e nonostante mi spiaccia e stia ancora bene fisicamente decido di mollare qui la traversata: c’era tempo per salire ancora all’Argentella e al Sasso e Palazzo Borghese..e magari al Porche. Ma mi aspettano e già devo esser contento di come ho impiegato il bonus. Quando riesco a smetter di mangiar noccioline mi alzo e guardo negli occhi la seducente visione dei Piani che mi attendono da tutto il giorno e al cui richiamo ora risponderò. Sono le 17.20 e prendo a muovermi verso la civiltà. Cammino per prati di morbide erbe e visioni d’incanto su una natura idilliaca che confonde con immagini di struggente dolcezza tenerezza e poesia. Cammino unica nota in movimento all’interno di una cartolina. Un lungo giro sui fianchi della montagna mi permette prospettive diverse e sempre più belle in questo fantastico mondo verde giallo e blu. Un gregge immenso sulla mia traiettoria da un ulteriore tocco di magia e per provvidenziale intervento del pastore che bestemmia in una lingua sconosciuta vengo salvato dai maremmani ringhiosi verso di me diretti. Ringrazio con un cenno a cui risponde incurante dell’importanza della sua attenzione. Riprendo la discesa come Alice nel Paese delle Meraviglie contemplando queste verdi curvilinee che compongono il mio cammino e mi addentro in questo paesaggio da sogno perdendo quota e ammirando i profili verdeggianti da cui sono sceso e che ora alti sopra di me parlan fitto con il cielo. Arrivo così al piano dov’è costruita la Capanna Ghezzi(q.1570,h 18.15) altro posto incantevole dove su un tappeto d’oro di grano crescono inverosimili macchie di pioppi dal fogliame folto e verdissimo con vista sui Piani ocra sotto e sui colli verdi sopra. Scendo ancora su tappeti e velluti d’erbe morbide che alternano il verde al giallo dell’estate mediterranea. Scatto tante foto che solo loro posson raccontare la meraviglia di quel che vedo. Il Piano s’avvicina senza concedersi mai, ma diventa sempre più immenso con i colli che lo contengono dolcemente come l’abbraccio di una mamma. Un grande campo di grano biondo non ancora mietyto mi attende al termine della fatica e mi consegna all’asfalto della valle dove rade auto rompono la mirabil quiete(q.1300,h 19). A fatica per via della scarsa ricezione, contatto Daniele e mi porto sulla strada giusta traversando una parte del Piano e notando come da dentro la bellezza un poco scompare perché lo stupore assale proprio nella visione d’assieme dove i prati a colture diverse stanno insieme come in un quadro d’autore realizzato per la contemplazione e che non ha prezzo. Nell’attesa di Daniele, continuo a scattare foto a questo angolo di Tibet, trasportato e salvato dall’Italia. Poco dopo le 19.30 arriva il mio angelo che mi offre pure una bottiglietta ghiacciata. Dopo averlo salutato alla Forca di Presta il vento freddo mi procura una crisi di freddo che supero con la maglia lunga e guardando divertito un gregge invadere la strada e bloccarla completamente al traffico. Oggi la Natura ha vinto 10 a 0. Che dire? Spettacolare percorso di cresta con quasi tremila metri di dislivello e bellezze a pioggia sotto un sole che non muore mai. Alle 22, faccio ritorno esausto nella quiete(?!) del nostro campeggio. Buonanotte. Foto1 Laghetti di Pilato e Pizzo del Diavolo Foto2 vs il Pian Grande Foto3 Ciao Tibet
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