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   sulla neve (ski e tenda), 15/02/2015
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Onicer  oscarrampica      
Gita  sulla neve (ski e tenda)
Regione  Lombardia
Partenza  Colere  (1500 m)
Quota arrivo  2000 m
Dislivello  500 m
Difficoltà  MS
Esposizione in salita  Nord-Est
Esposizione in discesa  Nord-Est
Itinerari collegati  nessuno
Neve prevalente  Farinosa
Altra neve  Farinosa
Rischio valanghe  1 - Debole
Condizioni  Buone
Valutazione itinerario  Ottimo
Commento Billi è a casa da scuola e gli butto lì una proposta che solo a lui in effetti potrei fare: passare una notte in tenda per testare il nuovo acquisto sulla neve e tornare subito al mattino perché al pomeriggio ho il turno in ospedale. Gli telefono nel primo pomeriggio e alla fine calibrati i nostri rispettivi impedimenti ed impegni decidiamo di partire dopo cena. Nel pomeriggio non mi sento benissimo ma alla fine equipaggiati di tutto punto per la notte all’addiaccio, puntiamo su Foppolo dove arriviamo sul finire del giorno. Ci prepariamo e partiamo alla mezzanotte che da sul 31/12/2015. C’ è un freddo becco, il paese silenzioso e gelato (- 15°) rischiarato solo dalle luci artificiali dorme il sonno dei giusti dopo una giornata di lavoro. Non c’è anima viva e sbalzati dal calduccio dell’auto abbiamo i piedi già sulla neve che ci trasmette subito il suo ghiacciato abbraccio. Non abbiamo meta se non quella di salire il più in alto possibile e piantare la tenda per testare la sua resistenza al gelo dato che l’acquisto è stato pensato per notti in alta quota alla conquista dei 4000 alpini. Saliamo di notte in venti centimetri di neve fresca in direzione vaga del Monte Cadelle non trovando, tranne che all’inizio, alcuna indicazione. Solo neve intonsa e un fascio di luce a dipimgere il mondo nostro e a separarlo dal nero che cola su tutto. Saliamo stanchi e assonnati alla ricerca del posto giusto, i duemila metri passati di sicuro e il gelo assicurato perché ghiaccia il nostro respiro. Ad un certo all’1.30 spunta una sorta di pianoro, un mammellone nevoso docile si materializza nel cono della frontale e allora mi fermo ad aspettare Cecco per proporglielo come punto X. Entusiasta della scelta ( e ancor di più del fermare il nostro faticoso progredire nella neve sempre più alta) acconsente allo stop e allora comunque sudati partiamo con le procedure di montaggio. Sono stanco e questo ci sta, ma soprattutto mi stupisce il freddo che sento e che mi rallenta nelle operazioni d’erezione del nostro riparo. Ma il fatto che anche Cecco fatichi a reggere il gelo mi tranquillizza e alla fine senza stare a registrare tutti i tiranti ci sbattiamo dentro che tanto vento non c’è. Sono l2e 2 e brividiamo entrambi nel gelo, poi i sacchi a pelo cominciano a restituire un poco di calore e mezz’ora dopo scivoliamo in un timido dormiveglia. Cecco si mette i guantoni come calzari e siamo ridicoli gonfi come palombari nei nostri bozzoli. Notte discreta, freddo abbastanza contenuto e poco prima delle 7 nel buio ancora totale cominciamo a sgranchire i nostri corpi assiderati dalla morsa del gelo e dall’immobilismo forzato del nostro sistema muscolare. Condensa nella tenda ma non gocce per cui promuoviamo la tenda e con coraggio mettiamo il naso fuori ma non si vede ancora nulla. Scatto quattro foto e intanto attendo la luce che salirà da dietro i monti e che mi permette di capire dove siamo. Siamo alle pendici di un colle ed emergono dalla coltre nevosa quelli che sembrano vecchi resti di vecchi impianti sciistici. Rapidamente rischiara e scatto foto ai monti che ci circondano e che non riconosco essendo questa zona un poco nuova per me. Poi con l’aiuto della carta ci collochiamo e le forme prendono nome. La montagna più bella è il Pegherolo anche perché è quella dove il sole sta preparando il suo sorgere e ne lambisce i fianchi dolcemente abbracciandola di luce. Si vedono poi il Monte Toro e il Cadelle e dietro il Pegherolo, il Monte Secco. Ma fa ancora tanto freddo, non abbiamo nulla per fare colazione calda e ritenendo concluso il nostro esperimento scendiamo a valle anche per via del mio turno pomeridiano. La bella e candida coltre nevosa ci accompagna in discesa e nella luce di una fredda ma fantastica mattina invernale entriamo nel park a Foppolo(località Piano) che sono le 8.15. Durante il viaggio di ritorno mentre Cecco guida, mi addormento e quando mi risveglio è evidente che ho la febbre: ecco spiegati i brividi che mi avevano accompagnato durante la giornata di ieri. Ho così la scusa per fare con calma che tanto mi toccherà di saltare il lavoro. Non tutti i mali vengon per nuocere! Due settimane dopo ( 15/02) sono a Colere dove con lo Ski Club Vaiano portato i figli a sciare e mentre loro scorazzano immersi nella tormenta lungo le piste da sci io abbandono l’arrivo della seggiovia a Polzone e provo a dirigermi sci ai piedi verso il Rif. Albani. Se è vero che in giornate così pessime dal punto di vista meteo il panorama è assente e ti sembra di essere un criceto che gira nel grigio sulla ruota, dall’altra è anche vero che la neve che cade ti abbraccia e ti trasporta in un mondo fatato fatto di soffice bianco che ti abbraccia da sotto e da sopra. E poi quel fruscio che fa la neve cadendo..sembra il respiro del bosco, il respiro della Terra. Un silenzio irreale anima i tuoi sensi e li spinge alla comprensione del Mondo e del suo linguaggio. E allora spingere in avanti gli sci diventa esercizio spirituale dove la fatica lascia il posto alla poesia e la tua striscia nel candore diventa una scusa gridata alla bellezza che violi. Abbandono il clima festaiolo animato dalle radio ad alta volume della stazione sciistica e dagli schiamazzi del popolo dello Skipass ed entro nel bosco alle 11.30. Come un tuffo d’estate nell’acqua gelida che spegne le fiamme del calore..immediatamente è silenzio e ogni fruscio delle lame nella neve fresca diventa più forte e copre l’eco sempre più lontano dei watt che sparano musicacce da discoteca. Seguo un cenno di sentiero fra gli abeti con la neve che si alza velocemente fino a diventare bianca pulita soffice e candida come la sognamo noi amanti del wilderness. Salendo di quota gli abeti per effetto del minor disgelo, sono imbiancati come nella tundra lappone e il paesaggio è inverosimilmente bello tanto che mi viene spontaneo pensare a perché io sia qui da solo a godermi questa meraviglia in cui la scarsa visibilità accentua la sensazione di isolamento. Poi un deciso calo di pressione fa abbassare ulteriormente le nubi e si scatena una tormenta di neve e raramente capisco dove sto andando: l’unica certezza è da dove arrivo per via della scia che mi lascio alle spalle. Il tempo passa e mi chiedo se abbia senso continuare anche perché è forte la possibilità di aver perso l’orientamento e quindi di non riuscire a trovare l’orientamento ma avendo ancora del tempo a disposizione, proseguo nella mia ricerca disperso nel bianco. E alle 14.15 come un miraggio che diventa ad ogni passo più reale, appare la sagoma prima indefinita poi sempre più definita di una massa chiara che si rivela poi proprio quella del Rif. Albani. Contento più di sapere dove mi trovo che di esserci arrivato, scatto qualche fotografia e mangiata una barretta faccio dietro front felice ora di sapere dove sto andando. Ora la tormenta non mi spaventa più, ora mi tiene compagnia nella fatica verso il ritorno fra gli umani. Foto1 posto tenda Foto2 io e la tenda Foto 3 io nella tormenta all’Albani

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